A scuola torna il maestro unico

La manovra finanziaria prevede il taglio, in quattro anni, di 150mila dipendenti della pubblica istruzione. Tra loro centomila docenti. I risparmi previsti saranno pari ad 8 miliardi di euro. Grazie al gruzzoletto recuperato, il governo potrà aumentare (per un massimo di 2,4 miliardi) gli stipendi dei professori che rimangano al lavoro. Meno docenti, ma meglio pagati.
Ovviamente i sindacati, che proprio nella pubblica amministrazione hanno il loro residuo bacino di supporter, non ci stanno e parlano di smantellamento della scuola pubblica.
Al contrario la misura voluta dal ministro Renato Brunetta, in continuità con misure simili ma di portata inferiore anticipate dal governo Prodi, ha finalmente un sapore meritocratico. Non si inseguono facili accondiscendenze pop, ma si mettono in piedi le basi per una prima seria riforma del nostro sistema scolastico. Vediamo alcuni aspetti.
1. Passa il principio di una scuola pensata per gli studenti e non solo per coloro che ci lavorano. Tra le ipotesi anche il ritorno al maestro unico alle elementari. La sciagurata riforma dei tre docenti per i più piccoli, come si è dimostrato, è solo servita ad aumentare i posti in organico. Non certo a migliorare l’educazione elementare.
2. Si paga di più e si tratta meglio chi lavora per il nostro futuro. Le risorse dello Stato sono limitate. Si può decidere di spalmarle a pezzettini su molti, troppi. Oppure concentrarle su pochi, valorizzandoli. Oggi dal ministero della Pubblica istruzione dipendono circa 1,1 milioni di dipendenti. Un lavoratore pubblico su tre è in Italia dipendente del ministro Gelmini.
3. Non si capisce per quale motivo (anzi si capisce fin troppo bene dal punto di vista sindacale) in Italia ci sia il rapporto tra alunni e docenti più basso d’Europa. In sostanza le classi sono fatte da pochi studenti rispetto ai professori impegnati. La popolazione scolastica è infatti nel tempo andata diminuendo, al contrario delle assunzioni al ministero. La manovra si impegna a far salire questo rapporto di un punto percentuale, attraverso la riduzione delle cattedre, un accorpamento delle classi ed una riorganizzazione complessiva del comparto.
A settembre dell’anno scorso il governo Prodi pubblicò un’interessante ricerca sul mondo della scuola italiana (http://www.pubblica.istruzione.it/news/2007/allegati/quaderno_bianco.pdf, per chi volesse compulsare le trecento pagine). Tra le tante cifre, due sono elementari, nella loro spudoratezza. In Italia ci sono 11,5 insegnanti ogni cento studenti contro una media internazionale di 9,2. A casa nostra si spendono 5100 euro per ogni ora di insegnamento per uno studente tipo, contro una media dei paesi Ocse ferma a 4600. Abbiamo la scuola migliore del mondo? Non proprio, secondo il quaderno bianco di Prodi.

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