Se Benedetto XVI benedice l’unificazione

Papa Ratzinger riprende Paolo VI: la fine dello Stato pontificio fu un vantaggio per la Chiesa

Pur nel «ricordo del beato Papa Pio IX», che dell’Unità italiana fu strenuo nemico, Benedetto XVI ha fatto sue le parole di un discorso tenuto in Campidoglio, il 10 ottobre 1962, dal cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI: dopo l’Unità d’Italia, compiuta con l’annessione di Roma, «Il papato riprese con inusitato vigore le sue funzioni di maestro di vita e di testimonio del Vangelo, così da salire a tanta altezza nel governo spirituale della Chiesa e nell’irradiazione sul mondo, come prima non mai». Benedetto XVI avrebbe potuto andare ancora più indietro, nel 1961, quando Giovanni XXIII – da Papa e nell’anniversario che celebriamo oggi – affermò che fu una grande fortuna avere perduto lo Stato: il Risorgimento, aggiunse, era stato «un disegno della Provvidenza» e «un motivo di esultanza» per la Chiesa. Sarebbe interessante capire perché Papa Ratzinger abbia preferito citare il primo piuttosto che il secondo, forse ce lo sapranno dire i vaticanisti.
Certo è che i tre Papi hanno pienamente ragione. Proviamo a immaginare cosa sarebbe oggi uno Stato del Vaticano che regnasse sul Lazio, oppure anche soltanto su Roma e circondario, con sbocco al mare, come molti suggerivano. La Chiesa avrebbe molto più a che fare con problemi tutt’altro che etici e religiosi, rimanendo invischiata in vicende davvero troppo terrene: la moneta e il suo fluttuare, i contratti di lavoro, l’Unione europea, le carceri, le leggi. E come sarebbe stato governato il regno del Papa? Per forza di cose, censure e divieti avrebbero camminato di pari passo con il catechismo: censure e censure sui film, sulla stampa, sulla televisione, sulla vita quotidiana dei cittadini. In breve, e soprattutto negli ultimi sessant’anni, lo Stato della Chiesa sarebbe apparso al mondo un residuo del passato, un presidio di integralismo religioso in pieno Occidente, con tutto ciò che ne consegue.
È ben più discutibile la seconda affermazione di Benedetto XVI, a proposito della proibizione ai credenti italiani – voluta da Pio IX e dai successori fino agli inizi del Novecento - di occuparsi di politica nello Stato italiano. La decisione, afferma il Papa, «ebbe effetti dilaceranti nella coscienza individuale e collettiva dei cattolici italiani, divisi tra gli opposti sentimenti di fedeltà nascenti dalla cittadinanza da un lato e dall’appartenenza ecclesiale dall’altro. Ma si deve riconoscere che (...) nessun conflitto si verificò nel corpo sociale, segnato da una profonda amicizia tra comunità civile e comunità ecclesiale (...). La Conciliazione doveva avvenire tra le Istituzioni, non nel corpo sociale, dove fede e cittadinanza non erano in conflitto».
Sottolinea Benedetto XVI: «Anche negli anni della dilacerazione i cattolici hanno lavorato all’unità del Paese. L’astensione dalla vita politica, seguente il Non expedit, rivolse le realtà del mondo cattolico verso una grande assunzione di responsabilità nel sociale: educazione, istruzione, assistenza, sanità, cooperazione, economia sociale, furono ambiti di impegno che fecero crescere una società solidale e fortemente coesa». Vero: ma è vero pure che la Chiesa frenò la partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica proprio nel momento in cui bisognava costruire il Paese. La lunga lotta del Vaticano allo Stato rafforzò la diffidenza, l’insofferenza, il sostanziale disprezzo verso la cosa pubblica che sono aspetti tipici e deteriori del carattere nazionale, perché gli italiani erano da sempre abituati a servire due padroni spesso in conflitto fra loro, quello laico e quello religioso. Il cattolicesimo aveva realizzato appieno la «bizzarria» individuata, più di un secolo prima, da Jean-Jacques Rousseau nel Contratto sociale: «Dando agli uomini due legislazioni, due capi, due patrie, li sottomette a doveri contraddittori, e impedisce loro di poter essere nello stesso tempo devoti e cittadini».
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