Se il Québec fa concorrenza ad Hollywood Si inaugura stasera la rassegna dedicata al cinema canadese: film e documentari in lingua originale

Divi e registi della Hollywood di ieri e di oggi sono canadesi: Jim Carrey, David Cronenberg, Glenn Ford, Paul Haggis, Norman Jewison, Christopher Plummer. Nella sua francofonia, rappresentata dal Québec, il cinema canadese alimenta anche quello francese: non ci sarebbe in Italia un programma tv della Sette intitolato «Le invasioni barbariche» senza il film omonimo di Denis Arcand... E dal Canada sono giunti alcuni dei volti femminili più interessanti del cinema: Alexandra Stewart, Geneviève Bujold, Carol Laure, Gabrielle Lazure. Non solo: in città canadesi - specie Montreal, Toronto e Vancouver - si fanno le riprese in esterni di quasi tutti i film hollywoodiani ambientati a New York e Los Angeles (sul posto sono ormai costosissime). Il Canada è dunque una delle patrie del cinema. E il Québec produce in proprio film che vanno ai grandi festival (a Cannes Le invasioni barbariche fu premiato per la sceneggiatura e l'interprete femminile), ma raramente escono nelle sale italiane. Un'occasione per vederne alcuni è offerta dalle «Journées du cinéma québecois en Italie», sotto la direzione artistica e organizzativa di Joe Balass. Si svolgono al Centre culturel français di Milano (corso Magenta 63), in collaborazione con l'ambasciata canadese e le rappresentanze del Québec in Italia.
La manifestazione, che include anche documentari e cortometraggi, si apre oggi (ore 20) con la proiezione - in lingua originale con sottotitoli italiani, come per gli altri film della rassegna - di Maman est chez le coiffeur (Mamma è dal parrucchiere) di Léa Pool; dopodomani (ore 16) di Un été sans point ni coup su^r (Un'estate senza punto né colpo sicuro) di Francis Leclerc; giovedì (ore 21) di Le ring (Il quadrato) di Anaïs Barbeau-Lavalette.
I tre film hanno in comune di rappresentare l'infanzia e la prima adolescenza: temi che il cinema, salvo quello tedesco, generalmente sottovaluta. E la rassegna di quest'anno è davvero felice. Due, quello di Léa Pool e quello di Francis Leclerc, si svolgono circa quarant’anni fa, in un mondo che tirava avanti senza computer casalinghi e senza telefoni portatili, mentre giornali e tv parlavano ancora di politica e guerra, non di economia e pettegolezzi. Il terzo film, quello di Anais Barbeau-Lavalette, è invece ambientato oggi su uno sfondo di esistenza modesta e difficile, un Ladri di biciclette che mostra il mondo dalla parte di uno che le ruba. Basta un'occhiata alle tre pellicole per constatare come il cinema canadese abbia le qualità tecniche di quello statunitense e il realismo di quello inglese e di quello francese. Per occhi italiani, sarà una piacevole sorpresa. Lo sport, per esempio, che Cinecittà teme come la peste perché in Italia non fa incasso, ricorre sia ne Le ring, col wrestling di cui è appassionato un ragazzino con qualche problema di famiglia, sia in Un été, dove la famiglia è più o meno in ordine, ma sono i risultati agonistici a essere insoddisfacenti, almeno finché non si scopre l'arte d'imparare dalle sconfitte. La famiglia meno interessante è quella di Maman, dove bastano alcune frasi del padre con l'amante per indurre la madre ad abbandonare tutti per lavorare a Londra: ma le giornaliste non fanno testo, generalmente, sugli usi umani.
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