Se Tettamanzi ci manda a lezione dai poveri di spirito

di Luca Doninelli

Da molti anni ormai, questo va riconosciuto, è soprattutto la Chiesa, a Milano, ad alzare la voce dinanzi alle troppe ingiustizie sociali alle quali sembriamo esserci abituati, con indifferenza ma anche - temo - con l’indignazione teleguidata. I mezzi d’informazione non sono solleciti nel documentarci tutta la tensione che ci circonda, preferendo depistarci verso altre depressioni. È giusto preoccuparsi dello spread e dei mercati in subbuglio, ma bisognerebbe ancor più preoccuparsi per il venir meno del patto che unisce la nostra società. Il vero problema è: cosa ci tiene ancora insieme? Per fortuna la società non è solo fatta di egoismo, accumulo e rabbia , non è fatta solo di ricchi esibizionisti e di poveri che ragionano da ricchi accumulando non ricchezze ma frustrazione. È fatta soprattutto di bisogni, anzi: di bisogno, al singolare, perché al fondo il bisogno è uno: quello di vivere una vita che sia tutt’uno col suo senso. E il bisogno unisce, mette insieme gli uomini nel segno di una domanda, di un’attesa. È di questo che ha parlato ieri il cardinal Dionigi Tettamanzi, a Milano, in Duomo, parlando dei «poveri di spirito». La prima caratteristica dello sguardo cristiano sulla realtà è la sua capacità di valorizzare tutto. Tutto è positivo, perché tutto è donato. Lo è persino la crisi, che Tettamanzi ha definito «faticosa ma feconda per riscoprire che cosa significhi diventare poveri nello spirito e per renderci operosamente attenti all’immensa schiera dei poveri che noi stessi abbiamo creato a causa della nostra egoistica ricchezza». Non è un discorso marxista sulle sperequazioni del capitalismo: è soltanto la descrizione delle conseguenze della nostra illusione di essere gli artefici del nostro destino. Colpisce l’espressione «egoistica ricchezza», perché racconta di una passione assurda e malata. La ricchezza, infatti, non è il denaro, bensì tutto ciò che l’uomo sa trasformare in risorsa per sé e per tutti. L’avidità è solo un modo, infinitesimale, di trattare il tema della ricchezza. Ma per vincere l’avidità bisogna che l’uomo non sia solo. Se passasse davanti a me un cesto pieno di soldi, io non penserei «non è mio, lo lascio stare», bensì «nessuno lo reclama, dunque me lo tengo». Per imparare a ragionare diversamente è necessario che qualcuno ci abbia guardato con tanta tenerezza da spalancare il nostro cuore e la nostra intelligenza fino a capire che esiste un modo non solo più giusto ma anche più bello, più allegro, più piacevole di utilizzare le risorse. Chi ci ha guardato così? Un solo uomo nella storia: Gesù Cristo. L'Europa cristiana nasce dal bisogno, dalla povertà, dai pellegrinaggi, dalla ricerca fervida e intelligente di quello sguardo, di quella tenerezza: da qui ha sviluppato il suo immenso patrimonio artistico, filosofico e scientifico. Anche quando i suoi rappresentanti si sono del tutto secolarizzati, la sua forza è sempre stata la sua fame e sete di verità e di giustizia, capace di affascinare tutti i popoli, mettendo in essi il desiderio di partecipare al nostro destino, diventando europei. Così può e deve essere anche oggi, dice il Cardinale Tettamanzi. Non è solo un programma: le sue parole descrivono dinamiche che hanno già cominciato a esistere. Basterebbe uno studio serio dell'universo-lavoro in Italia, come sta facendo Mauro Magatti, direttore dell'Archivio della Generatività presso la Fondazione Don Sturzo, per rendersi conto che, per fortuna, la ricchezza non appartiene solo ai ricconi evasori, ma anche a tutti coloro che scommettono sulla bellezza e sulla gratuità della vita. Ecco chi è il povero: non chi scimmiotta i ricchi, ma chi ha occhi e cuore per vedere in qualunque cosa, perfino nella crisi, un'occasione per sviluppare in noi quel seme di somiglianza con Dio che è la grande dote, il grande patrimonio con il quale siamo venuti al mondo e abbiamo sorriso per la prima volta a nostra madre.