«Sei vecchio» È il nuovo insulto della politica

C’è un nuovo insulto nel gergo della politica italiana: sei vecchio. Per decenni si è cercato di silenziare i rivali ricorrendo a ogni possibile aggettivo o sostantivo che ne determinasse l’automatica esclusione dal consesso civile: fascista, ladro, mafioso, razzista. A un certo punto anche «socialista» è diventato un marchio d’infamia. Adesso per mettere a tacere chi la pensa diversamente gli si sbatte in faccia la carta d’identità: guarda un po’ quando sei nato, non ti vergogni?
Va detto subito che questa nuova (e pessima) abitudine è trasversale: vi si fa ricorso da destra e da sinistra. Da destra, ad esempio, ogni qual volta il governo è salvato dai senatori a vita. Certo c’è da discutere, e a lungo, sulla legittimità di un esecutivo che si regge grazie al voto di senatori che non sono stati eletti dal popolo. Ma dovrebbe essere quella, l’argomentazione: bisognerebbe dire che i senatori a vita non possono fare da stampella a una maggioranza che non c’è. Invece si sprecano le battute sull’età della Montalcini e su quella di Andreotti; sui malanni di Cossiga e sugli acciacchi di Scalfaro. Vai con le battute sui cateteri e sui pannoloni; sulle flebo e sulle badanti.
Gli esempi potrebbero essere infiniti. L’ultimo killer anagrafico è Beppe Grillo, che l’altro ieri sul suo blog ha spiegato perché non ne può più del presidente Napolitano: «L’età lo nobilita - ha esordito con ironia non pari alla sua bravura di comico -, con quegli anni può dire ciò che vuole». E ancora: «Come il nonno a tavola quando arriva il dolce. Una volta c’era la bocca di Virna Lisi, oggi la dentiera presidenziale».
Da lì Grillo ha esteso il discorso a tutti gli over 50: «Sarebbe meglio un presidente con non più di cinquant’anni. Non serve un presidente da ospizio di garanzia dello status quo partitico. Voglio una persona giovane...». E infine: «Ci stiamo giocando un futuro che questi settantenni o ottuagenari non vedranno mai».
La prima osservazione che viene spontanea è la seguente: dire a un politico «taci tu che sei vecchio» è molto comodo. Evita di entrare nel merito di ciò che si ha da dire e soprattutto di ciò che si ha (anzi, si avrebbe) da ascoltare. I contenuti non contano, vale solo l’età. Come se uno non potesse essere un cretino anche a trenta, quaranta o cinquant’anni. La new entry nel turpiloquio politichese è dunque un’agevole scorciatoia, una specie di passepartout buono per ogni comparsata televisiva.
La seconda osservazione è un filino più inquietante. Perché riguarda un po’ tutto il nostro modo di essere.
Un tempo - un tempo poi non così tanto lontano, diciamo quello dei nostri genitori - il vecchio era il saggio, la guida, colui che sapeva consigliare i giovani. Per millenni, l’umanità intera ha riconosciuto il valore dell’esperienza: chi ne aveva vissute di più, ne sapeva di più. «Lascia dire a me che ho i capelli bianchi», si diceva una volta. Adesso i capelli li si tingono per nascondere gli anni.
«Vecchio» non era un insulto, anzi. In ogni società del passato c’era, nei posti di governo, un «consiglio degli anziani». Il termine «prete», ad esempio, viene dal latino prèsbyter, che viene dal greco prèsbytes: «il più vecchio, il più provetto di età». Il «prete», insomma, viene considerato in grado di guidare spiritualmente una comunità perché è «il più vecchio», o perché del «più vecchio» ne svolge le funzioni.
Ai giorni nostri il vecchio è considerato un soggetto, anzi un oggetto, da rottamare. Curioso: abbiamo spostato in avanti il più possibile l’età per essere considerati «grandi»: si sta in casa con i genitori fino a trent’anni suonati, ci si sposa quando si avvicina la mezza età, si comincia a pensare di procreare quando si è al limite della menopausa. Eppure, a quarant’anni se sei disoccupato fatichi a trovare un lavoro perché, appunto, «sei vecchio», ti dice senza neanche troppa cortesia il direttore del personale. E quando vecchio lo diventi davvero, difficile che i figli o i nipoti si prendano cura di te: ti fanno vedere un bel dépliant di una casa di riposo in mezzo agli alberi e ti dicono qui sì che starai bene, e poi vedrai che verremo a trovarti.
Il politico che dà del vecchio al rivale trova quindi ampia giustificazione in quel che si dice «il comune modo di pensare». Naturalmente fino a quando il tempo non passa anche per lui. Allora fa finta di non vederlo, il calendario. Un po’ come Beppe Grillo. L’anno prossimo compie sessant’anni. Se fosse coerente, non dovrebbe togliere il disturbo pure lui?