È sempre tempo di Aida

Oro, incenso e mirra. Profumo di egittologia. Scala infiammata di passione. Dopo tante colte digressioni internazionali si torna al grande repertorio italiano con il titolo dei titoli: Aida («prima» stasera, ore 20). L'evento diventa di punta anche per la presenza di Daniel Barenboim. Un nome, a dire il vero, che l'inconscio collettivo lega soprattutto a Wagner, riconoscendo piuttosto in Riccardo Muti «la» bacchetta per Verdi. Ma appunto Barenboim è Barenboim, uno che ha approfondito tutto ciò che incontrava sulla sua strada. Superfluo dunque chiedergli se ha già diretto Aida. Ovviamente si. L'ultima volta due mesi fa all'Unter den Linden di Berlino e la prima sempre a Berlino, naturalmente Ovest, nell'82 con Pavarotti. Il tenore che l'ha stregato per la bellezza della voce, la sillabazione, il rigore. Lo slancio latino, che è «assai diverso da quello anglosassone». L'artista che gli ha fatto capire come anche in Verdi libretto e suono della parola siano fondamentali. Mentre si dice grato all'intellettuale Edward Said per quel capitolo su Aida in «Cultura e integralismo» che racconta la minuziosa preparazione di Verdi per quest'opera che non va liquidata come esempio di falso esotismo ma analizzata battuta dopo battuta. In fondo Radames e Tristano sono psicologicamente imparentati, e persino il finale di Aida ricorda il Liebestod di quell'opera wagneriana. Insomma, musica importante, taglio introspettivo da opera da camera. Poi il direttore si interrompe: «Non voglio che si finisca col dire che per la testa ho solo Wagner». Alla fine delle recite scaligere Barenboim porta Aida in alcune città chiave della sua vita: «In primis Tel Aviv, che compie cento anni: è la città dove ho studiato e dove nel Cinquanta ho visto Aida per la prima volta». In un teatro non-teatro, con cantanti messi assieme come si poteva, impegnati ciascuno nella propria lingua. Aida in italiano, Radames in israeliano. L'Aida che va in Israele et ultra con le masse scaligere non è la stessa di questa sera ma quella del Sessanta, sempre Zeffirelli. Problemi tecnici. Con lei il Requiem di Verdi. Per questione di tempo, Barenboim salirà sul podio dell'Aida israeliana solo due volte. E ancora per mancanza di tempo (il maestro voleva una nuova Tosca), l'Aida di questa sera è un ripresa dal 2006. Quella che tanto fece discutere per la spettacolarità di Zeffirelli e per la fuga di Radames (Alagna) subito dopo il «Celeste Aida» della seconda recita. Barenboim, che non gradisce l'allestimento, dice di viverlo come se avesse affittato una appartamento ammobiliato. Ne sopporta gli arredi e si limita alla musica. Dunque Aida (Il Cairo, 1871). Snobbata e bella, popolare e raffinata, monumentale e intima. Esotica sebbene scritta tra pile di carte, sul tavolino della stanza grande e un po' cupa affacciata sul giardino di Sant'Agata. Sensibile anche alle eco locali. Il remoto «Soccorri a noi pietosa», motivo liturgico delle sacerdotesse che segue l'apertura atto III con la figura onomatopeica dei violini, gli armonici dei celli e il morendo del flauto dicono ricordare la cantilena «boiènt i per cott» di un venditore di pere di Parma. Concepita per i grandi spazi e tuttavia mai tanto pregnante come quando il 27 gennaio 2001, giorno del centenario verdiano, venne allestita sulla scena minuscola che più minuscola non si può del teatrino di Busseto, l'opera è impostata sullo scenario dall'egittologo Auguste Mariette, bey di Ismail Pascià. Ma Verdi ne fa un titolo tanto «italiano» da trasformarla in sinonimo del Paese del melodramma. Come Garibaldi, o Vittorio Emanuele. Aida, che torna regolarmente all'Arena di Verona, è in realtà un azzardo per pochi audaci. Alla Scala (Muti mai) Claudio Abbado e De Lullo nel primo Settanta, Schippers e Zeffirelli subito dopo, Maazel e Ronconi nell'85, Chailly e Zeffirelli nel 2006. Regista e scenografo di questa Aida, sorella kolossal di quella miniaturizzata del 2001, è dunque Zeffirelli, mano inconfondibile e assolutamente tradizionale. Pregevole pur nella sovrabbondanza, fedele al materiale archeologico raccolto all'Egizio di Torino o del Cairo. Il suo allestimento accattivante e oleografico recupera il Dna teatrale degli italiani. I costumi firmati da Maurizio Millenotti sono oro, argento, verde pastello, bianco, cobalto. Non manca un tocco leopardato alla moda. Mentre il rosso e le sue sfumature cromatiche è riservato a Aida. Uno dopo l'altro sfilano geroglifici, pareti di sapore liberty, palmizi, arpe, imponenti divinità. Ricchissimo il cast (quattro Radames) che questa sera dovrebbe proporre Maria José Siri-Aida, Walter Fraccaro-Radames, Anna Smirnova-Amneris, Juan Pons-Amonasro. Più o meno gli stessi della Staatsoper di Berlino. Danzano alcuni scaligeri con Sabrina Brazzo e Flavia Vallone. Il Coro è diretto da Bruno Casoni, recente e meritatissimo Premio Abbiati.