SHOOTING IL BUON GUSTO

L’altro ieri, lunedì dell’Angelo, mentre tutta Italia da una parte faceva festa, e dall’altra piangeva i morti d’Abruzzo, Sky ha mandato in onda Shooting Silvio, un film di due anni fa che ha come protagonista uno scrittore fallito che progetta ed infine esegue l’omicidio di Berlusconi, personificazione di tutti i mali. Giusto per evitare che il capolavoro possa sfuggire agli abbonati, il film sarà replicato da oggi fino a lunedì prossimo.
Alcuni parlamentari del Pdl hanno protestato, denunciando l’istigazione all’odio e il rischio di un ritorno del terrorismo. Sono timori quasi certamente infondati, nel senso che non sarà un brutto film a riaccendere la miccia. Tuttavia, resta una domanda, o forse sarebbe meglio dire una curiosità: che bisogno c’era, in un momento come questo, di riesumare una pellicola di cui nessuno conservava memoria? La stessa Sky pare essersi accorta della non brillantissima figura, visto che ieri sera ha fatto sapere alle agenzie di stampa di essere stata «costretta» a mandare in onda Shooting Silvio, perché faceva parte di un tale «pacchetto Anica» che obbliga la pay-tv a trasmettere tutti i film italiani che hanno raccolto in sala più di 20mila spettatori. Invano, dicono a Sky, si è cercato di dimostrare che, in realtà, il film di Berardo Carboni (questo il nome del regista) aveva raccolto poco più di 5.000 spettatori.
Come potete notare dalle cifre, Shooting Silvio non è un’opera che passerà alla storia del cinema. Eppure, non sappiamo se per una maledizione o per un colpo di fortuna, anche oggi, così come al tempo della sua uscita (2007), sta ottenendo sui media uno spazio inversamente proporzionale all’interesse del pubblico e al favore della critica.
Il motivo è semplice. Shooting Silvio tocca un nervo scoperto dell’Italia degli ultimi anni, e cioè l’ossessivo tentativo di incarnare ogni male in una sola persona. Il regista e la casa di produzione si sono sempre preoccupati, fin dal giorno della presentazione, di spiegare che il film condanna l’omicidio di Berlusconi, e che Kurtz, il protagonista-killer, non è un eroe positivo, anzi. È vero. Ma tutto il film - nato al Leoncavallo di Milano e finanziato dai centri sociali - non è che un lungo elenco delle ragioni dell’odio contro Berlusconi, e perfino il comportamento dell’omicida viene dipinto come una conseguenza del berlusconismo, il quale spinge ciascuno di noi a inseguire una visibilità, una notorietà, un successo quale che sia.
Ci siamo chiesti, prima, che bisogno c’era di ripescare questo prodotto men che mediocre, visto che siamo in un momento in cui varie emergenze imporrebbero collaborazione e unità. Non vorremmo essere fraintesi. Anche in un momento come questo, ogni critica a chi guida il Paese è non solo lecita ma pure opportuna. Con qualsiasi mezzo, film compresi. La libertà di espressione è fuori discussione. Ci chiediamo tuttavia se non ci sia nulla di meglio da proporre. Shooting Silvio rientra in un particolarissimo filone, quello dei libri e dei film sul «Silvicidio, l’ossessione di registi e scrittori», come titolò il Corriere della Sera il 14 aprile del 2006. «Berlusconi e la sua morte, che cupa ossessione per i romanzieri e i cineasti italiani», scriveva in quel pezzo Paolo Conti. Sempre sul Corriere, il vicedirettore Pierluigi Battista in un’altra occasione fece notare che una così feconda produzione di thriller anti-Berlusconi (Shooting Silvio è solo uno dei tanti) è il sintomo di «una mania molto italiana e sconosciuta nei Paesi in cui pure la battaglia politica viene condotta in modo non meno aspro che da noi».
Una mania che, al pari di un certo giornalismo estremista di cui abbiamo appena avuto una dimostrazione ad Annozero, non sappiamo se alla fine nuoccia di più al bersaglio dichiarato, Berlusconi, o chi a Berlusconi si oppone.