Siamo tutti qualunquisti. E allora?

Come ben spiega Mario Cervi, il qualunquismo del dopoguerra venne considerato con disprezzo soprattutto dai comunisti, dagli azionisti, dai liberali. Né era amato dai democristiani, che lo consideravano un serbatoio di voti perduti, e tanto meno da chi era stato fascista credendoci sul serio. Era appena finita una guerra originata principalmente da uno scontro ideologico – fascismi, comunismi, democrazie – e il conflitto aveva ancora più esaltato l’appartenenza ideologica. La politica doveva essere il luogo esclusivo di idee nobili e principi sacri. Da lì il disgusto e il marchio di infamia che l’intero mondo politico applicò al qualunquismo, sintesi degli egoismi particolari, del pensare con la pancia e con il portafogli, piuttosto che con il cuore e il cervello.
Ancora oggi, da sinistra, si ama bollare il centrodestra – specialmente la Lega - come qualunquista. E, dal loro punto di vista, hanno ragione: come si discuteva proprio ieri su questa stessa pagina, nella Sinistra continua a prevalere il concetto gramsciano (e fascista) della politica come educatrice del cittadino, più volentieri chiamato «popolo». Proviamo, però, a spogliare il qualunquismo del suo retaggio storico deteriore e da questa interpretazione preconcetta per capire chi sono i nuovi «qualunquisti», e chi li rappresenta. Nella maggior parte del centrosinistra il soggetto (e l’oggetto) dell’agire politico è ancora «il popolo», massa indistinta alla quale si attribuiscono idealità e tensioni comuni, senza distinzioni di ceto, appartenenza geografica, aspirazioni. Nel centrodestra si guarda piuttosto ai cittadini, all’«uomo della strada», l’uomo qualunque, appunto; ovvero alle tensioni e alle idealità degli individui, dei gruppi, delle diverse categorie umane a professionali. Non per questo il popolo italiano cessa di essere popolo italiano: cambia il modo di considerarlo da parte di uno schieramento politico.
L’esempio della Lega è calzante. Lo straordinario successo del partito di Bossi ha un’origine che possiamo ben definire neoqualunquista, nel senso più attuale e non spregiativo. La Lega ha fatto briscola percependo bisogni reali dell’uomo della strada; e l’uomo della strada non è l’uomo di tutte le strade, ma di quella particolare strada, che vive sotto quel campanile, con problemi, situazioni e bisogni che sono diversi di città in città, di regione in regione. Interessi egoistici, si dirà. E sia. Ma il cittadino, l’individuo, hanno ogni diritto – civile e naturale – di pensare prima di tutto a se stessi, allargando a mano a mano il cerchio alla famiglia, agli amici, ai compaesani; e volendo avere con lo Stato il minimo di sudditanza possibile. Da qui l’idea del federalismo. Sarà poi compito dello Stato trovare il punto di equilibrio, fra interessi generali e particolari, con il minore interventismo possibile, ma con la massima determinazione nell’imporre le misure indispensabili all’interesse della nazione. A questo proposito vale l’esempio dei localismi, che si oppongono oggi alle discariche e alla Tav, domani alle centrali nucleari e ai siti di stoccaggio vicino a casa. Certo non si tratta di resistenze di tipo leghista, essendo presenti in ogni regione e coinvolgendo i simpatizzanti di tutti i partiti. Ebbene, il centrosinistra ha sempre arretrato, di fronte a questi interessi localistici, come se un vulnus inferto a una popolazione locale fosse riferito a un’idea astratta di popolo, tutto il popolo italiano. C’è da augurarsi che un centrodestra neoqualunquista difenda, sì, il suo uomo della strada. Ma che sappia anche imporgli decisioni sgradite.
In questo senso, campione del neoqualunquismo è certamente Berlusconi, che è «sceso in campo» al motto «più individuo, meno Stato»: la sua promessa di rivoluzione liberale dovrebbe andare proprio in quella direzione. D’altronde, andava in quella direzione anche il Berlusconi imprenditore, con le sue televisioni commerciali, tese a soddisfare più i desideri del cittadino-utente che non a formarne lo spirito critico o politico. Non mi sembra una diminuzione né della politica né del Berlusconi politico se si crede, come io credo, che la politica debba essere soprattutto buona amministrazione, limitando al massimo l’intromissione nella vita privata, senza aspirazioni pedagogiche. Berlusconi-neoqualunquista penserà dunque, è augurabile, a riempire le tasche dei cittadini, lasciando massimamente liberi i loro modi di essere e di vivere.
In una società variegata e frammentata come la nostra, del resto, esistono diversi tipi di neoqualunquismo, sempre inteso come difesa di ciò che è importante per l’«uomo della strada»: di cui ognuno, nel centrodestra, individua particolari interessi prevalenti. Era neoqualunquista anche Gianfranco Fini quando, a capo di An, sviluppò specialmente i temi della sicurezza, della famiglia, della lotta alle droghe: piuttosto che sviluppare – come avrebbero voluto le sue origini politiche - il principio in cui lo Stato è tutto e il cittadino fuori dallo Stato niente.
Ma, allora, il neoqualunquismo sta tutto nel centrodestra? Nient’affatto. Di Pietro, con la sua Italia dei Valori, non ha in mente solenni valori ideali da applicare al popolo, come il partito di cui è alleato: bensì – anche lui – alcune pulsioni specifiche dell’uomo della strada, come la vigilanza (e la punizione esemplare) di politici corrotti. E il grillismo? Il suo sì che è un qualunquismo alla vecchia maniera, quella di Giannini, contro tutto e tutti, più che a favore di questi e di quelli.

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