«La sicurezza Usa passa da Bagdad»

Nel discorso radiofonico del sabato, il presidente americano preferisce ignorare il caso Cia-gate

Carlo Sirtori

Tira dritto, non lasciarti distrarre, va’ all’essenziale. La strategia del presidente degli Stati Uniti nei giorni dello scandalo Cia-gate e, più in generale, nel momento in cui la sua popolarità vacilla e critiche sempre più feroci gli piovono addosso per l’impegno in Irak, si può riassumere in poche parole. L’essenziale, per George W. Bush, rimane la guerra al terrorismo di matrice islamica, che ha deciso di combattere concentrando una parte significativa delle forze americane sul fronte aperto a Bagdad e dintorni. Nell’abituale discorso radiofonico del sabato, Bush ha volutamente deluso quanti pensavano che perdesse il filo, che si prestasse alla tempesta mediatica scatenatasi intorno alle dimissioni del capo di gabinetto del vicepresidente Dick Cheney, incriminato dal procuratore Fitzgerald per il caso Cia-gate, ed è tornato ancora una volta, l’ennesima, a parlare di Irak.
«La sicurezza nel nostro Paese - ha detto ieri il presidente Bush - è strettamente legata a un Medio Oriente in cui crescano pace e libertà. Il successo del nuovo governo iracheno è decisivo per vincere la guerra al terrorismo e proteggere il popolo americano. Serviranno ancora sacrifici, tempo e risolutezza, gli iracheni e le forze della coalizione americana dovranno affrontare nuovi rischi. Ma il modo migliore per onorare il sacrificio dei nostri caduti è completare la missione, vincere la guerra contro il terrorismo».
L’equazione Irak uguale frontiera della lotta al fondamentalismo islamico viene così riproposta. E mentre la popolarità del presidente si attesta attorno al 37 per cento e i critici gli ricordano che oltre duemila americani sono morti nel deserto mediorientale, Bush ha in mente altre cifre: «Sono bastati 30 mesi a rimuovere un dittatore dal potere, e nove mesi dopo gli iracheni hanno eletto per la prima volta i loro leader: ora stanno cercando di risolvere i loro gravi problemi attraverso un processo politico di aggregazione. Un processo che sta isolando gli estremisti, e il cui obiettivo è fare deragliare la democrazia con il sangue e la violenza».
Poi Bush è tornato a parlare del referendum del 15 ottobre, che ha assicurato all’Irak una Costituzione: una «pietra miliare», dice, a dimostrazione del fatto «che i diritti individuali e il governo del popolo sono principi universali, e che tali principi possono diventare la base per governi liberi e onesti in tutto il Medio Oriente».
L’ultimo pensiero del presidente è stato per i caduti americani: «I progressi fatti finora hanno comportato grandi sacrifici. Il peso maggiore è ricaduto sulle spalle delle famiglie dei nostri militari. Nella guerra al terrorismo abbiamo perso alcuni dei nostri uomini e delle nostre donne migliori».