Le «Sigille», quelle dodici donne che hanno fatto il San Raffaele

Ci vorrebbe un Philip Roth un po' meno cinico ma con la stessa potenza di fuoco per raccontare, con un romanzo e non con un semplice reportage, la storia - oggi balzata drammaticamente agli onori (spesso poco onorevoli) delle cronache - dell'Ospedale San Raffaele di Milano.
Le grandi opere umane non sono una sommatoria di capitali, piante organiche, funzioni e funzionari. Non si riducono mai alla loro organizzazione o al loro statuto, perché dietro ci sono gli uomini che le hanno immaginate e costruite. Uomini in carne e ossa, con le loro biografie complicate e contorte, con gli incontri e gli scontri che, lungo il cammino, hanno determinato mutamenti di direzione, e con tutto il carico di affettività (spesso esacerbata) che le opere umane comportano.
Per questo poi è difficile metterci mano, ristrutturare, riorganizzare. La sola cosa facile è scrivere articoli mirati allo scandalo, scritti senza nessuna volontà di comprendere. Ci vorrebbe proprio un grande romanziere, coraggioso e pietoso: di quelli che non esistono più.
La storia dei «Sigilli», oggi riconosciuti dalla Chiesa come «associazione pubblica di fedeli», lascia trapelare un raggio dall'interno di questo grande romanzo non scritto. Tutto ebbe inizio alla metà degli anni Sessanta, quando don Verzé fondò nel comune di Illasi, alle porte di Verona, un collegio/liceo femminile ispirandosi a quello che era stato il modello del suo maestro: Don (e dal '99 anche San) Giovanni Calabria.
A un gruppo di dodici ragazze, tutte nate tra il 1949 e il 1950, e perciò al tempo poco più che quindicenni, don Luigi Verzé prospettò l'idea di dedicarsi all'opera che lui aveva già ben chiara in testa, anche se nella realtà non c'erano ancora né un soldo né un mattone: la costruzione di un grande ospedale di nuova concezione, dove la dignità del malato fosse rispettata fino in fondo.
Il romanziere auspicato potrebbe, qui, presentare un quadro di quella che era la sanità pubblica al tempo, dove gli ospedali avevano stanzoni con sei, otto letti e i servizi comuni in corridoio. Potrebbe anche ricostruire l'ambiente d'origine di quelle ragazze precocemente affascinate dall'idea della grande opera di don Verzé: la provincia veneta com'era al tempo, povera e contadina, fortemente radicata nella fede, dove non c'era famiglia che non desse un prete o una suora alla Chiesa.
Don Verzé coltivò questo gruppo di ragazze di solida formazione cristiana, persuadendole della bontà del proprio progetto. Nacque così il nucleo originario dei «Sigilli», una specie - per intenderci - di congregazione laica per la quale era ovviamente necessario fare una professione con i tre voti canonici (Castità, Povertà, Obbedienza).
Queste donne furono dunque le artefici, al fianco di don Verzé, della grande opera: fedeli al sogno del fondatore, ne seguirono passo passo la realizzazione, un ospedale convenzionato con il SSN e capace di offrire a tutti i malati un servizio di qualità superiore, sia dal punto di vista medico sia da quello del trattamento personale. «Il malato è Cristo, e come Cristo va trattato» ripeteva sempre don Verzé.
La vita di queste persone si è interamente consumata dentro quest'opera. Si sono fatte molte illazioni sulla loro condotta e sulle loro scelte, e qualcuno abituato a sparare nel mucchio ha visto qualche irregolarità di troppo.
Commuove il dramma che queste persone stanno attraversando in questi giorni. Con la loro definitiva estromissione dall'amministrazione del San Raffaele, le «Sigille» tornano, per così dire, private cittadine dopo una vita spesa, fin dall'adolescenza, per l'opera del loro maestro e fondatore.
Si può osservare che c'è stato un errore di metodo (i grandi romanzi sono pieni zeppi di errori di metodo, sono gli errori a fare le storie), che le congregazioni ecclesiali cercano sempre di evitare: quello cioè di identificare la vocazione cristiana con l'opera, col rischio che, una volta fallita la seconda, finisca per essere messa in dubbio anche la prima.
Ma queste sono vicende umane che è bene non giudicare troppo. Restano davanti a noi queste persone probabilmente migliori di tanti di noi, preparate, energiche e piene di una straordinaria capacità di dedizione alla causa, alle quali oggi è stata tolta non soltanto la casa, ma lo scopo di un'intera vita.
Esse meritano rispetto, aiuto e gratitudine. Il cristianesimo e la Chiesa sono più grandi del San Raffaele, e io sono certo che troveranno l'aiuto che meritano. Ma superare questa prova è molto duro, e in attesa del romanzo che per ora non esiste sarebbe bene cominciare a esercitare un po' di pietà.