"Sindaco, non consegni L'Aquila nelle mani di archistar come Fuksas"

All'Abruzzo non servono primedonne ma architetti che conoscono bene il territorio. La replica del primo cittadino Cialente: <strong><a href="/a.pic1?ID=350934">&quot;Servono nomi di alto profilo&quot;</a></strong>

Con i forconi lo inseguono se lo incrociano, i cittadini di Foligno quel Fuksas che ha costruito l’orrida chiesa di via del Roccolo, vicino all’ospedale. Un altro orrido cubo dopo quello della biblioteca che ha danneggiato il centro storico della città peggio del terremoto. E ora l’ingrato sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, invece di studiare e praticare l’umiltà, si sveglia con la trovata più banale e più insensata: «Chiamare le archistar del pianeta, Renzo Piano, Isozaki, Fuksas, Calatrava... affinché L’Aquila risorga più bella di prima». Un bel coraggio dopo i mostri concepiti da alcuni di questi architetti presuntuosi, pronti come sciacalli a volteggiare sulle rovine.

Per compiere questo scempio Cialente è stato nominato dal governo «subcommissario per la ricostruzione del centro storico». Nessun dubbio che abbia tenuto fede alla sua carica con una proposta subnormale. Davanti alle rovine e alla catastrofe, un’idea come questa è propriamente un crimine, un incoraggiamento alla demenza e alla speculazione, una mortificazione della storia e della memoria.
Molti piccoli paesi sono stati quasi rasi al suolo dal terremoto, e lo stesso pensiero della ricostruzione è una minaccia per l’inevitabile congiura dell’ignoranza, della cupidigia, della presunzione.

La città dell’Aquila, ferita diffusamente ma con crolli soprattutto di edifici di costruzione recente, sembrava potersi difendere da sola chiamando interventi di ricucitura paziente. Ed ecco invece il sindaco in agguato, con la perversione di chi pensa che L’Aquila debba stupire, invece che continuare ad essere quello che è stata. Eppure a lui, come a Bertolaso, come al presidente della Regione Chiodi, andando nei luoghi della rovina ho indicato, fino allo spasimo, che il modello di costruzione c’era, ed era vicino, proprio in provincia dell’Aquila: il borgo antico di Santo Stefano di Sessanio, investito dal terremoto, ma rimasto perfettamente in piedi perché recuperato negli ultimi anni con metodo e pazienza e con materiali e forme originali. Altro che archistar. Il Genius loci e l’esempio di una paziente ricostruzione di un paese in rovina.

L’architetto, che ha molto studiato, e molto ama l’Abruzzo, non è un archistar. Si chiama Lelio Oriano Di Zio e da anni, con Daniele Kihlgren lavora per restituire integrità e stabilità a paesi perduti dell’Abruzzo. Il suo impegno è non nello stupire, ma nel ricostituire, riabilitare le architetture, come si fa con i malati, con attenzione, prudenza. Santo Stefano è facilmente visitabile per il sindaco dell’Aquila e per commissari e subcommissari che debbano decidere secondo quali metodi procedere alla ricostruzione. E, d’altra parte, lo stesso Bertolaso istituì una commissione per la ricostruzione della cattedrale di Noto che è stata condotta a termine, in modo esemplare, non da Isozaki o da Fuksas, ma da un bravo architetto siciliano che si chiama Salvatore Tringali.

Uomini attenti, prudenti e umili come Di Zio e Tringali dovrebbero essere chiamati, consultati e messi nelle condizioni di poter lavorare, come hanno già dimostrato, per il bene del nostro patrimonio architettonico. Non è consentito che avventurose scorciatoie o proposte inutilmente pubblicitarie mortifichino città e paesi che il terremoto ha ferito e che l’ignoranza degli uomini può uccidere.