La sinistra è nel panico: ora ci tocca aiutare il Cav

Pd, Idv e Udc si adeguano loro malgrado alla linea "collaborazionista" del Colle. Ma sperano che non basti...

Roma - Da piazza Tahrir al Cairo, fino a ieri teatro della «primavera araba» egiziana, nelle ultime ore è stato tutto un incrociarsi di telefonate col Quirinale, Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama.
Il segretario del Pd Bersani, infatti, è in missione in Medioriente mentre su Roma infuria la bufera finanziaria e politica, e anche se qualcuno dal suo partito lo invitava a rientrare, è rimasto in Egitto. E da lì si è dovuto attaccare al telefono per coordinare le mosse dell’opposizione. La linea, d’altronde, l’aveva già dettata il Colle, e il Pd ne ha preso atto: la manovra economica va varata subito e senza strappi, per dare un messaggio rassicurante ai mercati. Nessuna battaglia di opposizione in Parlamento, dunque, e massima disponibilità ad accelerare i tempi: due giorni al Senato, uno appena alla Camera. «Considerata la gravità del momento - annuncia a Roma il capogruppo Pd alla Camera Franceschini - e raccogliendo l’appello del presidente della Repubblica, fermo restando il giudizio negativo sulla manovra, siamo disponibili a permetterne la votazione entro venerdì». D’accordo tutte gli altri gruppi di opposizione, che si sono riuniti ieri pomeriggio per sancire l’avallo alla linea quirinalizia: c’erano Udc, Fli, Api e Italia dei Valori e financo i «LibDem», rappresentati dalla coppia più pendolare del Transatlantico, Daniela Melchiorre e Italo Tanoni, che dopo un passaggio rapido per il governo ora sono rientrati nei ranghi della minoranza, in attesa di nuove mete, e hanno chiesto di poter partecipare.
«È una vendetta della storia: in questo paese è rimasto un solo uomo che può far da garante davanti alla comunità internazionale e ai mercati, ed è l’ex comunista Napolitano», sorride Sergio D’Antoni. Il Quirinale come unico regista della politica italiana nel suo momento più difficile: «Non solo ha dovuto commissariare il governo e il Parlamento, ma ormai anche il Pdl e il Pd», sospira un dirigente vicino a Bersani. Anche se c’è chi, nell’opposizione, mastica amaro: «Se ci troviamo ora in questa situazione disastrosa la responsabilità è anche del Colle - sbotta un altro esponente Pd - perché se a dicembre non avesse concesso quel mese di tempo a Berlusconi prima del voto di fiducia, il governo sarebbe caduto allora».
La manovra dunque verrà varata di gran carriera, salvando pure il weekend dei parlamentari che fino a ieri temevano di restare inchiodati in aula a votarla fino a domenica. Poi si aprirà un capitolo tutto nuovo, e qui le versioni - anche dentro il Pd - divergono. «Che succederà dopo? Tutto sta a vedere come reagiscono lunedì i mercati, e se l’approvazione di questa manovra basterà a rassicurarli», allarga le braccia Walter Veltroni. Nel Pd la convinzione più diffusa (e per molti anche la speranza) è che non basti affatto. «Dubito che i mercati si fidino di un governo Berlusconi-Tremonti. Temo che da lunedì l’attacco all’Italia riprenderà, e a quel punto dovranno andarsene per forza», è la convinzione del senatore Stefano Ceccanti. Che dubita che se si aprisse una crisi l’opposizione possa reclamare le elezioni anticipate: «In questa situazione, se anche le vincessimo il giorno dopo non ci sarebbe più un paese da governare».
Le elezioni anticipate erano l’opzione numero uno di Bersani. Non solo perché il segretario del Pd era convinto di dover capitalizzare in tempi rapidi i consensi in crescita per il suo partito, prima che il vento possa ricambiare, ma anche per risolvere alcuni problemi interni. «Se si votasse nel 2012 - spiega un dirigente a lui vicino - salterebbe il referendum elettorale pro-Mattarellum di Veltroni, che rischia di spaccare il partito». Ora però l’ipotesi di un governo di «transizione» deve di nuovo essere presa in considerazione, anche se per il segretario del Pd deve durare «pochi mesi».
«Berlusconi deve dimettersi - spiega Massimo D’Alema - perché evidente che c’è un problema di credibilità. Poi si potrebbe dare vita ad un governo di fine legislatura per affrontare la crisi e cambiare la legge elettorale». Un governo che duri fino al 2013, è sottinteso. Il nome più gettonato resta quello di Mario Monti: ieri è stata Rosy Bindi (che qualche giorno fa ha incontrato il professore a Montecitorio) a rilanciarlo per un governo «di emergenza» che potrebbe essere appoggiato dal Pd ma a patto che «non ne faccia parte nessun ministro attuale». Un altro ex Ppi come Oriano Giovannelli si mostra scettico: «E perché il Pdl dovrebbe sostenerlo se viene fatto fuori? Tanto vale che si tengano Berlusconi, allora».