Siria, a breve il governo di Assad si dimette A Daraa in migliaia in sit-in nella moschea

Dura controffensiva del governo, che finora aveva tenuto l'esercito fuori dalle città. Ieri almeno 4 persone sono state uccise dai cecchini, ma Assad accusa: "Sono gruppi armati esterni alla polizia". E abroga le leggi in vigore dal 1963 che danno poteri speciali alle forze di sicurezza

Le manifestazioni continuano in Siria e il governo sembra voler gettare la spugna. Fonti governative citate dalla tv al Arabiya sostengono che il governo siriano si dimetterà con molta probabilità a breve e se ne formerà un altro incaricato di servire meglio gli interessi dei cittadini. Intanto a Daraa circa 1.200 persone stanno ancora manifestando in un silenzioso sit-in alla moschea di al-Omari. L'esercito e la polizia hanno circondato la zona, ma non ci sono notizie di violenze. A Latakia, a nord di Damasco, ma il sistema autoritario più stabile del Levante arabo accusa gruppi armati esterni all'esercito siriano. Nella città sul Mediterraneo ieri almeno 4 persone (forse 7) sono state uccisi da "ignoti cecchini" appostati sui palazzi del porto mediterraneo, come conferma anche l'agenzia ufficiale Sana. La stessa fonte afferma che almeno un altro ragazzo sarebbe stato freddato dai colpi di un altro "gruppo armato" apparso a Homs.

Le prime concessioni Per sedare gli animi Assad ha deciso di concretizzare le promesse fatte nei giorni scorsi. Il consigliere presidenziale, Buthaina Shaaban ha annuciato che la decisione di revocare lo stato di emergenza, in vigore in Siria dal 1963, "è stata già presa, ma non so quando sarà messa in applicazione". L’abrogazione della legge che conferisce poteri speciali alle forze di sicurezza è una delle richieste dei manifestanti che da
giorni protestano contro il regime siriano. Tale legislazione, entrata in vigore subito dopo la presa di potere da parte del Baath nel marzo 1963, impone restrizioni alla libertà di riunirsi e di spostarsi e consente l’arresto di "sospetti o di persone che minacciano la sicurezza". Queste leggi permettono inoltre di interrogare, sorvegliare le comunicazioni ed effettuare controlli preliminari su quanto pubblicano i giornali e diffondono le radio e ogni altro mezzo di informazione.

L'esercito entra in forza a Latakia In serata unità dell'esercito siriano sono state schierate in aree chiave di Latakia. Attivisti e testimoni oculari, che hanno parlato con la condizione dell'anonimato per il timore di rappresaglie, hanno spiegato ad Associated Press che i soldati su veicoli militari sono entrati a Latakia nella notte, dopo la giornata di violenze e caos in cui dimostranti e governo si sono accusati a vicenda di violenza e provocazioni. La notizia è stata confermata anche dal giornalista siriano Ali Wajih, che ai microfoni della Bbc ha raccontato che l’esercito regolare siriano è entrato in
"modo massiccio a Latakia, intorno alle 21:00" locali, le 20:00 in Italia. A differenza di quanto finora successo nel sud della Siria, dove i militari sono rimasti ai margini delle città e dei villaggi investiti dalle proteste, l’esercito è entrato nel centro cittadino "per riportare l’ordine". Negli scontri di ierini nella città sarebbero morte almeno 12 persone.

Rilasciata attivista di Daraa Le autorità siriane hanno rilasciato una
attivista di Daraa, Diana Jawabra, il cui arresto ha contribuito ad innescare le proteste contro il partito al governo Baath. Uno dei legali della donna ha detto che, oltre all’attivista, sono state rimesse in libertà oggi altre 15 persone. Il gruppo aveva preso parte a una manifestazione pacifica chiedendo il rilascio di detenuti politici e di 15 bambini che erano stati arrestati a Daraa per aver scritto slogan inneggianti alla libertà sui muri di una scuola.

Arrestati due statunitensi a Damasco Le autorità siriane hanno arrestato due statunitensi durante le agitazioni nel Paese. Uno di loro ha doppia cittadinanza americana ed egiziana e secondo l'agenzia di stampa Sana avrebbe confessato di aver venduto foto e video delle manifestazioni. L'uomo, Mohammed Radwan, 32 anni di Austin, Texas, avrebbe venduto un filmato a una donna colombiana. La cugina, Nora Shalaby, ha detto di non averlo sentito da ieri, quando ha scritto un messaggio su Twitter affermando di essere in una moschea a Damasco, dove le forze di sicurezza si stavano scontrando con i manifestanti antigovernativi. L'altro è un 21enne del Vermont, Pathik 'Tik' Root, in custodia in Siria dopo esser stato arrestato durante le manifestazioni nella capitale. Il portavoce del
dipartimento di Stato Usa Mark Toner ha detto che il personale dell'ambasciata sta cercando di ottenere più informazioni dalle autorità del Paese del Medioriente.

Le accuse di "confessionalismo" Ieri il consigliere presidenziale Buthayna Shaaban è intervenuta sugli schermi di Al Arabiya per affermare che "la Siria è colpita da un progetto di smembramento su base confessionale". Un riferimento implicito, forse, al fatto che la maggioranza della popolazione di Daraa, da cui è partita la protesta, è sunnita, mentre Latakia domina la regione alawita. Poi la Shaaban non ha confermato il rilascio di 260 prigionieri politici, tutti islamici assieme a una ventina di curdi, dalla famigerata prigione di Sednaya. La notizia aveva indotto molti osservatori a domandarsi perchè mai il regime sotto pressione, avesse liberato centinaia di membri dei gruppi islamici radicali - in primis i Fratelli musulmani, movimento illegale dal 1980 - ma abbia lasciato dietro le sbarre migliaia di dissidenti "laici", intellettuali e liberi professionisti, anch’essi prigionieri di coscienza.

Chavez: "E' come in Libia" Il presidente venezuelano, Hugo Chavez, si schiera al fianco dell’omologo siriano Bashar al-Assad, "leader socialista" e "fratello": "Ecco che è cominciato l’attacco conto la Siria, ecco che cominciano i movimenti di protesta che si presentano come pacifici e invece provocano dei morti", ha dichiarato Chavez nel corso di una cerimonia per celebrare la sua liberazione da una prigione 17 anni fa. "Ecco che accusano il presidente di massacrare il proprio popolo", ha aggiunto. "In seguito arrivano gli americani, che vogliono bombardare il popolo per salvarlo. Quale cinismo mostra l’Impero!", ha attaccato il presidente venezuelano. Il presidente venezuelano ha paragonato la situazione in Siria con la crisi in Libia. "È lo stesso disegno, si provocano violenti conflitti in un paese per intervenire e mettere le mani sulle sue risorse naturali e trasformarlo in colonia", ha dichiarato Chavez.