Il solito signor Gildo, spalatore volontario

Un barbone sbuca da un mucchio di neve: «È un esperimento»

(...) E se compare una macchia nell'angolo alto del cucinino?
Al signor Gildo. Che è anche l'unico a domandarti com'è andata quando torni dalla vacanza, a fine agosto, o a tenerti aperta la porta quando rientri dall'Esselunga con quattro sacchetti per mano. Lo conosciamo tutti, il signor Gildo. Quello di prima si chiamava Ezio (il posto di «signore» va sempre occupato, non può restare vacante), quello prima ancora Lollo. E poi c'è sempre, per le piccole riparazioni, l'amico del signor Gildo, il signor Fedoro, che è di un altro condominio ma viene volentieri anche da noi.
Con questa neve, in tutto viale Argonne c'è soltanto lui, il signor Gildo, che spala. Nel 1985 il Comune ingaggiava un po' di ragazzotti per questo mestiere: cinquantamila al dì, ed erano più che soddisfatti.
Ma adesso che il Comune è povero, come si fa? Il signor Gildo, settant'anni passati da un pezzo, guarda in su e i nostri occhi si incrociano. Mi sorride. I suoi occhi mi chiedono di andare a dargli una mano, i miei rispondono di no. Mi sono già fatto a piedi, a mezzanotte, da piazza san Babila a viale Argonne. E poi soffro di bronchite con asma e stanotte l’ho passata col raspino. E poi non ci andrei lo stesso perché non ne avrei voglia.
Lui capisce e ricomincia a spalare. So che resteremo amici.
Giovedì mattina alle 10 il mio aereo proveniente da Napoli atterrava in un turbinare di nevischio. Erano le prime avvisaglie. Su viale Forlanini la neve aveva già cominciato ad attecchire.
Domando al taxista come la vedeva.
«Bene» mi fa. «Per la neve. E male per me. Questa è asciutta, attecchisce subito e ciao al lavoro».
Si parla di automobili e neve. Anche a Natale '99 c’era stata una bella nevicata. Mi ero appena comprato la macchina nuova e grazie a una lastra di ghiaccio le feci anche un bel battesimo, con brindisi di un milione di lire dal carrozziere.
«Se nota bene» mi fa «queste cose succedono solo con la macchina nuova».
Eh sì. Di Milano sotto la neve hanno parlato in tanti. Dell’incanto notturno dei rami imbiancati e illuminati dai fari, della voce che ha un altro suono, della voglia di ridere. E anche del disagio nella circolazione, della difficoltà a raggiungere i negozi, dei problemi che toccano le persone anziane. Milano sotto la neve fa venir voglia di dire le solite cose. La poesia, il disagio. Il disagio, la poesia. E basta.
Piuttosto, le vie sono scomparse. Il bordo del marciapiede è diventato un vero incubo. Non dico a te, ragazzotto di sedici anni che giochi a palle di neve e te ne freghi anche se ti prendi una storta e ti senti un eroe se ti tocca andare al Gaetano Pini. Dico a quella signora sui sessant’anni che cammina come un robot, tentennando la testa in avanti. Dove sarà mai sto benedetto marciapiede? E se inciampo?
Scomparse, le vie. Restano solo le scie prodotte dal traffico. Che ne sarà di noi?
Sono le undici meno un quarto. Uscito da teatro, mi trovo alla fermata della 61, e guardo tutto allegro questa neve illuminata dai fari che trasforma la ramaglia in pizzi e merletti.
Poi un mucchio, che mi sembrava un mucchio di neve, si scoperchia, e da sotto diversi cartoni emerge un barbone che, scuotendosi la neve di dosso, si tira su in piedi.
«Vuole morire?» gli faccio.
«Non stavo dormendo. Era un esperimento scientifico».
«Che esperimento?».
«Pensavo».
«Che genere di pensieri?».
«Pensavo» dice alzando un dito «che mi piacerebbe tirarmi giù le braghe e sedermi a culo nudo nella neve».
«Non glielo consiglio».
«Io invece lo farei, perché ho un segreto. Vuole saperlo?».
«No».
Solleva un sopracciglio e proclama:
«Ho le emorroidi»
Ecco un vero filosofo. Lo lascio a malincuore perché arriva la 61, che mi scarica in san Babila. Ma la 54, la mia 54, non arriva, e allora mi avvio a piedi. Via Borgogna, e niente. Via Mascagni, e picche. Piazza Tricolore, ancora niente.
In Dateo me ne sto sotto la pensilina in compagnia di una coppia anzianotta di ritorno da una serata al conservatorio. Lui porta il cappello floscio, lei un pelliccia forse ecologica. Provo per loro un'istintiva antipatia. Ogni trenta secondi, uno o l'altro vanno con passo impaziente a controllare l'orario.
«Doveva essere qui già due minuti fa. È un’indecenza».
«Doveva essere qui già tre minuti fa. È una vergogna».
«Quattro minuti. Non ho parole».
«Cinque minuti. Sono allibita».
Basta, non li sopporto. La finisco a piedi. Mi domando dove abitavano prima di venire a stare a Milano. Probabilmente, in Svizzera.
E già. Perché si dice e si ridice che Milano è una città svizzera, ma chi lo sa com’è, in Svizzera, quando nevica.
E immagino spazzaneve di sogno, con annessa caffetteria, dove servono cioccolata calda mentre riportano le strade alla loro piena efficienza.
Mi riaffaccio alla finestra ed ecco ancora il signor Gildo, che guarda soddisfatto il suo lavoro.
Stanotte ha fatto un sogno, mi dice. Erano scesi due metri di neve e non si poteva più uscire nemmeno per andare a fare la spesa. Allora spalava, spalava, spalava, ma alla fine al Punto Market non avevano più niente, perché i fornitori non avevano potuto raggiungerli.
La neve è bella, conclude, ma pericolosa. La mamma di mia nuora si è rotta un piede andando a fare la spesa.
Adesso c’è anche il suo nipotino di sei anni, imbacuccato e con gli stivali rossi. È preoccupato per gli uccellini. Adesso che le briciole sono sotto la neve, moriranno di fame?
«Sai cosa facciamo?» gli dice il nonno. «Andiamo qui dal panettiere, compriamo uno o due panini e poi facciamo tutte briciole per gli uccellini».
Il bambino si mette a saltare dalla gioia.
«Però ai piccioni» conclude «Non diamo niente».
È vero, penso. Sono proprio in pochi ad amare i piccioni.