Sono un gaudente, ma sulla rinuncia ha ragione il Papa

Cosa unisce, nella giornata di domenica appena trascorsa, Papa Benedetto XVI, Pier Ferdinando Casini, e Fiorello? Il Giornale mi chiede di commentare una lucida e umanissima frase del Papa. E proprio a me lo chiede, uomo eccessivo, vorace, rapace. «Se getto uno sguardo retrospettivo sulla mia vita personale, devo dire che proprio i momenti in cui ho detto sì a una rinuncia, sono stati i momenti grandi e importanti della mia vita». E ancora, Papa Benedetto, nell’omelia durante la Messa delle Palme a San Pietro, ha sottolineato come non esista «una vita riuscita senza sacrificio». Stavo nell’Arena di RaiUno a discutere dei «mostri» dello spettacolo, e avrei desiderato una diversa materia, non meno attuale e stimolante: l’elogio del Papa ai buddisti, la «illuminante testimonianza di distacco e appagamento per ciò che si ha» e, paradosso sublime, la «povertà da scegliere e da combattere».

Nella mia coscienza, dunque, le parole del Papa serpeggiavano, anche se la discussione mi portava altrove. Ma ecco il primo link. Fiorello sceglie di andare a Sky, con buoni risultati. Rinuncia alle tentazioni di Rai e di Mediaset. È meno visto, ma più libero. Mi viene naturale accostarlo a Pier Ferdinando Casini, osservando che più che il suo merito e le sue capacità di «artista» è degna di attenzione la sua scelta «politica»: essersi smarcato dal duopolio televisivo, riparandosi in un terzo, pur più piccolo, ma autonomo polo. Certamente una rinuncia, ma ragionata e probabilmente remunerativa. Di qui il riferimento a Pier Ferdinando Casini.

L’esponente politico cattolico, che già ai suoi esordi (lo ricordo bene; c’ero anch’io) non accettò di confluire in Forza Italia per difendere, in modo distinto, proprio i valori del mondo cattolico, è stato coerente rinunciando a partecipare alla grande impresa del Popolo della libertà (evidentemente non convinto della soluzione bipolare) e conseguentemente a posti di governo e di potere. Ha difeso qualcos’altro: una distinzione, una diversità.

Alla fine della trasmissione, Il Giornale mi chiede di commentare la frase di Papa Benedetto XVI, consentendomi di tornare sia all’argomento discusso in televisione, sia alle riflessioni del Papa, che avrei preferito discutere. La rinuncia, dunque, la soddisfazione della rinuncia. E, più ancora, il riferimento ai momenti grandi e importanti della vita. Le parole del Papa non hanno soltanto un significato etico, un significato religioso, ma una più profonda sostanza etica. In certi momenti la rinuncia è inevitabile, non per sfiducia, per disfattismo, e neppure perché si dubita del buon risultato di un progetto. Ma perché, in politica come nella vita, le convinzioni profonde e ideali impongono rinunce.

Soltanto il cinismo può indurci ad accettare ciò che è conveniente ma che non si condivide fino in fondo. Singolarmente, l’affermazione del Papa, pur nella prospettiva di un risarcimento divino in cambio della rinuncia a un bene terreno, ha una singolare affinità con i precetti di Epicuro che consiglia di rinunciare a un piacere o a un vantaggio più piccolo e vicino in attesa di uno più grande e lontano. Anche la conclusione è affine, nella più ampia accezione del concetto di «vita»: «Non esiste una vita riuscita senza sacrificio».

È evidente che il Papa non pensa soltanto a forme di penitenza o di «rinuncia» autolesionistica, ma al ribaltamento della illusione di un potere senza principi, secondo il prevalente opportunismo che muove i comportamenti pubblici e privati: il fine giustifica i mezzi. Il cinico convive con la morte; è disposto a perdere faccia, reputazione e considerazione per ottenere quello che vuole. E, alla fine, l’egoismo non lo ripaga. Il rinunciatario perde un vantaggio immediato; ma non la faccia e la considerazione di chi riconosce e apprezza il suo sacrificio. E «vive» una scelta profonda. La sua ora non è subito, e, nella prospettiva cristiana, non è forse neanche domani. Ma è l’ora dei giusti, di chi ha la coscienza tranquilla, di chi è rimasto fuori dai giochi e, per questo, desta rispetto e attenzione.

Pietro Pomponazzi diceva che «la virtù è premio per se stessa», e il destino umano e personale, prima del Giudizio divino di Benedetto XVI rivela, ad abundantiam, gli effetti benefici della rinuncia. È diventato Papa. Una vita esemplare.