Le sorelle di Hina: "Fiere di essere islamiche ma non chiamateci immigrate"

Parlano arabo con i genitori. Bevono cocktail analcolici. Ascoltano musica etnica. Ma le immigrate di seconda generazione rivendicano: &quot;Siamo italiane&quot;. La scrittrice Randa Ghazy: <strong><a href="/a.pic1?ID=220604" target="_blank">&quot;La mia vita in bilico tra mondi lontani&quot;</a></strong>

Il confine è nell’anima. La ragazza dietro al banco serve birra e coca cola. Si chiama Salima e lavora part-time in questo pub sulla Prenestina, periferia antica di Roma, strada consolare di cemento e palazzoni. Orizzonte grigio. Arriva prima di cena e va via tardi. È qui la sera, il giorno studia scienze politiche all’università. Fa fatica, ma resiste. Salima ha 23 anni ed è nata in Italia. Alle sue spalle c’è il Maghreb, la sua famiglia, secoli di islam e uno strappo, la migrazione. Serve birra ma non beve mai alcolici, è questo il suo confine. Non porta il velo, ma prima o poi probabilmente farà il grande passo, la scelta. Allora lascerà nell’armadio i vestiti occidentali per nascondere i capelli sotto il foulard. Salima non risponde mai agli sguardi dei clienti. «È un regola d’oro. Quando si lavora in un pub meglio non dare confidenza. Vale per me e vale per le mie amiche. Tutte romane da un paio di generazioni. Quando lo dico a mio padre mugugna: non c’entra, è l’11 settembre che ha incasinato tutto».

Anche Hina faceva la cameriera. Un ristorante indiano a Brescia, in via Milano, proprio di fronte al cimitero. È lì che lei è sepolta, in una tomba senza fiori, con la testa rivolta verso la Mecca. Hina è la martire di questa generazione ibrida, in bilico tra Oriente e Occidente. È un’immagine che rimbalza sui giornali come un santino. Ma Hina è un santino che tutte le ragazze in jeans e hijâb vogliono dimenticare. È un simbolo da cui fuggire. È la storia di una ragazza che convive con il suo ragazzo e di un padre che si sente offeso, disonorato, tradito. È follia. «Quello che è successo a Hina è frutto di una gravissima ignoranza. I padri non uccidono i figli».

La storia di Randa è tutta diversa da quella di Hina. Frequenta l’università, sogna una carriera, i genitori la lasciano volare. Da grande vuole fare la giornalista. «È il mio sogno fin da bambina, nel frattempo scrivo per Yalla, un giornale fatto dai ragazzi di seconda generazione». Randa studia alla Statale di Milano. La sera esce con le sue amiche. Molte hanno il velo, lei no. «Portare il velo è segno di grande coraggio. Anche se poi penso: chi assumerà donne con il velo?». È un gioco di incroci e di specchi, queste ragazze sono cresciute restando in bilico. La loro letteratura è quella delle migrazioni e delle piazze multietniche. Leggono Monica Ali, che ha raccontato i volti e le metamorfosi della Brick Lane londinese, Zadie Smith o Hanif Kureishi, Jhumpa Lahiri, Nagib Mahfuz, Driss Chraibi.

Tutti testimoni di questo tempo ibrido,che imbarazza, che non definisce. Le ragazze si riconoscono nei versi della cantautrice di origine somala Saba Anglana, una che canta il senso di non appartenenza e dice: «Per la prima generazione di immigrati è più facile, i genitori hanno assimilato il passaggio storico e custodiscono la cultura d’origine». Saba parla di diaspora e integrazione, il rapper Amir racconta invece guai e cemento. Le origini sono egiziane, ma lui dice, scandendo il ritmo, l’orgoglio della sua identità: «La gente mi ha confuso con un immigrato, ma puoi sentirlo dall’accento che so’ romano». Amir ha studiato il Corano solo qualche anno fa. È convinto che il futuro sia, appunto, nella seconda generazione. C’è una sigla che li identifica, li chiamano «G2», generazione seconda, anche se a loro non piace, anzi, alcuni di loro si offendono. Sono cresciuti giocando all’oratorio con i compagni di classe, guardando gli stessi cartoni animati. La mamma e il papà che guardano questi figli crescere in fretta, che stanno dimenticando l’arabo, perché è la lingua dei padri, ma non più la loro.

Sumaya Abdel Qader, una delle fondatrici dei Giovani musulmani italiani racconta: «Dopo un po’ ti abitui, all’inizio è una prova dura, perché ti senti a metà strada tra un mondo e l’altro. Ma per i ragazzi è peggio: i coetanei italiani ironizzano sulla loro castità, non sei capace o, dì la verità, non ti piace». Sumaya non ha mai rinunciato alle sue origini: «Il nostro comune denominatore è la fede islamica. Non scendiamo a compromessi, portiamo il velo, non beviamo alcol, seguiamo il ramadam, non abbiamo rapporti sessuali prima del matrimonio. Io ad esempio ho sempre evitato la discoteca. Se esco vado a bere un cocktail analcolico». Ma su un punto è chiara: «Non sono un’immigrata. Sono nata qui. Sono italiana. Stop».