Sotto i «passaggi» della Storia

I l 29 settembre 1832 una folla di milanesi risaliva l'attuale corso Vittorio Emanuele diretta verso la chiesa di San Carlo. A pochi passi dal tempio si inaugurava la «contrada de veder», la galleria fatta costruire dai fratelli De Cristoforis, sull'esempio dei «passages» parigini: due rami lunghi circa 150 metri con tre ingressi, dominati soprattutto dalle volte a vetri, da cui scendeva una luce perlacea che si diluiva nelle vetrine di settanta negozi e rimbalzava su quattro specchi, sistemati strategicamente all'incrocio dei due bracci, quadruplicando il numero dei passanti.
Una galleria - la prima del genere non solo a Milano ma in tutta la Penisola - che gonfiava di stupore chi vi entrava per la prima volta. Con le anime più semplici che si sentivano in dovere di togliersi il cappello e quelle più devote che accennavano a un timido segno di croce.
L'origine di quel passaggio coperto la raccontò, con classica enfasi meneghina, Andrea Pizzalla, l'architetto che lo progettò: «Milano, che fra le altre città d'Italia gode il primato per l'ampiezza e la pulitezza delle strade…. mancava di un luogo coperto che servir dovesse nei tempi piovosi e nelle lunghe sere d'inverno».
Un proclama che se da una parte allarmava chi vendeva ombrelli (ma facendo sogghignare i vetrai), dall'altra metteva un po' in ombra la vera ragione dell'iniziativa: avere un comodo luogo per il commercio. Così era nato il primo centro commerciale italiano. Cos'era infatti quella processione di vetrine lussuose e luccicanti, schierate in parata per mettere sull'attenti i desideri?
In quel lungo budello, largo poco meno di sette metri, gomito a gomito con i due caffè Gnocchi e Gittardi e con il «Gabinetto pittorico meccanico», mercanti d'abiti pronti, profumieri, modiste, merciai, venditori di giocattoli e librai altro non erano che il primo moderno tempio dello shopping.
Un salotto cittadino in cui debuttò anche il prezzo fisso (prendendo in contropiede tanti clienti viziati dal rito dello sconto) e che rafforzò la moda delle insegne francesi. Con qualche inevitabile d'ironia: la «Chemiserie di Vassalle Alfred» per i buontemponi era solo «che miserie lassall al fred».
Nel 1867 Milano inaugurava la galleria Vittorio Emanuele: «È il cuore della città - scriverà nel 1881 Luigi Capuana - La gente vi si affolla da tutte le parti, continuamente, secondo le circostanze e le ore della giornata, e si riversa dai suoi quattro sbocchi, stavo per dire nell'aorta e nelle arterie del grande organismo, tanto la sua somiglianza con le funzioni del cuore è evidente».
La De Cristoforis divenne per tutti la «galleria veggia» e scivolò lentamente in secondo piano, fino alla demolizione, negli anni Trenta del '900. Ma la sua storia è la filigrana de «Le gallerie di Milano» di Riccardo Di Vincenzo, appassionato di storia ambrosiana. Edito da Hoepli (pagg. 184, euro 49),
il libro ricorda anche che proprio nella De Cristoforis un signore svizzero destinato a diventare famoso e benemerito, Ulrico Hoepli, inaugurò nel Sant'Ambrogio 1870 la sua libreria (acquistata per corrispondenza).
Il volume è una doppia passeggiata: nella storia, dal 1832 ai giorni nostri, attraverso le ricostruzioni del dopo guerra, e nella città. Che, da via Torino a corso Vercelli, da corso Buenos Aires a via Meravigli, ospita (e a volte quasi nasconde) una quarantina di gallerie, dove risalta sovente anche la qualità architettonica, basti pensare a progettisti come Ponti o Portaluppi, Caccia Dominioni o Pollini. L'asse che unisce piazza Duomo con la zona di San Babila oggi è una ragnatela di 15 «passages». Tra via Mazzini e il Cordusio se ne contano otto, tra corso Buenos Aires e Loreto altri sei. E quelle meno note - dalla galleria delle Firme (largo Bersaglieri) al Portico del Lattée (via Bigli), dal Passaggio Centrale (via Armorari) alla galleria Ciro Fontana (via San Raffaele) - a volte si presentano improvvise, come in un gioco della fantasia, svolta a destra, deviazione a sinistra, verso uno sbocco, un frammento di città che sorprende.
Per questo, bazar del lusso o ripari improvvisati, scorciatoie o luoghi d'appuntamento, le gallerie sono anche angoli in cui il tempo di città rallenta, si curva in uno spazio più lento: "E sono tante perché rappresentano un sogno e un bisogno di quiete perduta - conclude Di Vincenzo - Oggi per trovare una bolla di silenzio basta sprofondare in una galleria».