Le spa dei Comuni, un tesoro da 10,5 miliardi

A Milano i risultati migliori, a Napoli i peggiori

da Milano

Dall’energia all’ambiente, dai trasporti pubblici ai mercati comunali, dalla refezione scolastica agli aeroporti; ma anche musei, farmacie e cimiteri. Ecco la mappa delle società comunali, le ex municipalizzate che, attraverso un processo avviato nella metà degli anni Novanta, sono state esternalizzate e rese autonome rispetto ai bilanci dei Comuni. L’ufficio studi di Mediobanca, per conto della Fondazione Civicum, ha elaborato un rapporto che individua le caratteristiche, il peso, i punti di forza e di debolezza di questa realtà, con riferimento ai sei maggiori Comuni italiani per Pil: che sono Milano, Roma, Bologna, Napoli, Brescia, Torino. In tutto, un reticolo di 339 società, di cui 61 controllate direttamente dai municipi, 278 indirettamente, attraverso le prime. Si tratta di un patrimonio di 10,5 miliardi di euro e che costituisce, ormai, la maggioranza delle attività svolte dai Comuni.
Lo studio di Mediobanca rileva infatti che la spesa effettuata da questi attraverso società controllate (pari a 16,1 miliardi di euro) è più che doppia rispetto alla spesa sviluppata direttamente (7,7 miliardi). La spesa diretta è stretta dai vincoli pubblici, e infatti è scesa del 3%, mentre quella attraverso le spa risponde solo a criteri di mercato (ed è salita del 19%).
Che significati si ricavano? Che i Comuni negli ultimi anni hanno reso le proprie attività economiche più flessibili, più trasparenti, più autonome rispetto ai vincoli della finanza pubblica. In molti casi ne vengono ottimizzate le potenzialità economiche, ma anche dove le spa non riescono a guadagnare, averne sottratto i conti dalle pieghe del bilancio comunale è un elemento di flessibilità e di efficienza.
Non c’è dubbio che la progressiva finanziarizzazione dei patrimoni comunali va vista come un elemento di modernità. Alcune di queste società (cinque al momento della ricerca, quattro oggi: A2A, Acea, Hera e Iride) sono addirittura quotate in Borsa, dimostrando che la ricchezza che producono può essere anche distribuita, sotto forma di dividendo, alla platea degli azionisti.
Per quanto riguarda l’efficienza - a prescindere dalla qualità dei servizi erogati -, lo studio di Mediobanca giudica migliori le società milanesi dato il loro rapporto fra fatturato e dipendenti, e peggiori quelle di Napoli. La città campana percepisce inoltre l’ammontare maggiore di contributi e sussidi per il trasporto pubblico, pari a 214 milioni di euro (79% del fatturato delle sue tre società) sul totale globale per le sei città di 1,3 miliardi di euro. Anche a Roma, secondo lo studio, il trasporto pubblico sconta 132 milioni di ripianamento perdite con in più 518 milioni di contributi: nel quadriennio 2003-2008 il trasporto pubblico romano ha avuto un onere complessivo di 2,4 miliardi di euro. Da segnalare inoltre la perdita, nello stesso periodo, di 74,2 milioni dell’Asia, la società per il settore ambientale del Comune di Napoli. Curioso osservare che molte ex municipalizzate hanno cospicui «tesoretti» di liquidità: l’Atm di Milano, per esempio, possiede una cassa di 400 milioni di euro (investiti soprattutto in titoli di Stato): è quella che permette all’azienda di coprire le perdite e di chiudere addirittura in utile.