"A classici e contemporanei chiedo di cambiarmi la vita"

Il critico e scrittore: "Ci deve essere un legame tra arte ed esistenza. Oggi dominano cinismo e superficialità"

Arnaldo Colasanti è scrittore e critico letterario. Da anni è uno dei condirettori della rivista trimestrale Nuovi Argomenti. Ha scritto tre romanzi, Gatti e scimmie (Rizzoli, 2001), La prima notte solo con te (Mondadori, 2010), La magnifica (Fazi, 2017) e diversi saggi critici, due dei quali dedicati alla letteratura contemporanea. Il primo è Novanta. Il conformismo della cultura italiana (Fazi, 1996). Il secondo è Rosebud. Una generazione di scrittori italiani (Quiritta, 2003), dove fonda il suo discorso critico sull'avere avuto fede che la propria generazione fosse incaricata di costruire una nuova scuola di pensiero, una filosofia estranea alle ideologie e alle leggi del mercato. Colasanti ha fondato, negli anni Ottanta, la rivista di poesia Braci. In piena egemonia neoavanguardista, si proponeva come visione di rottura e insieme di recupero della tradizione. In quel gruppo di amici che vi pubblicava, tutti poeti e artisti (Claudio Damiani, Giuseppe Salvatori, Beppe Salvia, Paolo Del Colle, Gino Scartaghiande), Colasanti era il solo critico letterario.

Cosa ha significato l'esperienza di Braci e qual era la visione che si proponeva?

«Braci è tutto, come la giovinezza. È stato un luogo di studio, di passione, di gratitudine. Damiani, Salvia, Goroni, Scartaghiande mi hanno insegnato a leggere la poesia. Salvatori la gentilezza perentoria dell'arte e Del Colle, come poi Pietro Tripodo e Antonella Anedda, l'ostinato rigore del verso. Ho avuto la fortuna di conoscere i poeti da giovane e di leggere le loro opere sui dattiloscritti. Ho avuto la fortuna di capire che Niebo a Milano (soprattutto De Angelis) e Braci a Roma erano la novità della letteratura italiana oltre gli schematismi della neoavanguardia: l'unità della poesia con la vita. Ho avuto la fortuna di avere per maestri i miei contemporanei e di vivere la visione di Braci: il senso di un'ora e di una lingua in comune. Ho avuto la gioia di conoscere in Aurelio Picca, più tardi nelle serate con Cordelli o a casa di Siciliano, la tragica splendida leggerezza dell'esistenza. È stato bellissimo».

Braci fu certo una esperienza comunitaria. Sarebbe possibile oggi una rivista come quella? E se no, per quale ragione?

«Dovrei dire di no. La polverizzazione odierna dell'unica cosa che conti nella letteratura (la certezza che un libro ti faccia cambiare la vita) mi fa rispondere di no. Braci era il sogno vissuto di quella certezza. Eppure non voglio crederci. Da qualche parte, a modo loro, giovani scrittori e scrittrici stanno già stampando la loro rivista. Non è una generica speranza. Credo in questo: non sono le idee ma il desiderio e le passioni che muovono quelle idee a far vivere la letteratura. Nonostante il dilagante cinismo, nessuno potrà mai scrivere un verso reale dimenticando quella certezza».

Nel suo libro Rosebud ha dedicato dei saggi a una generazione (la sua) di narratori, da Aurelio Picca a Luca Doninelli, da Edoardo Albinati a Rocco Carbone e Antonio Moresco. C'era la volontà di trattare i contemporanei con la stessa attenzione riservata ai classici?

«I contemporanei sono un salto senza rete. Sono la nostra emergenza, la nostra necessità. Senza di loro, senza la loro pericolosità, i classici sarebbero giocattoli maniacali. Ho bisogno della poesia contemporanea per capire Virgilio. E l'incapacità di perdono nel gesto di Enea davanti a Turno accasciato resta una radicale ferita contemporanea identico alla bambina di cenere di fronte alla bambina dai capelli d'oro di Paul Celan».

In Rosebud scriveva: «In quale preciso momento nasce per davvero l'esercizio della critica? Quando ci si accorge che non tutta la realtà può essere narrata». Potrebbe approfondire questa affermazione?

«Ci sono troppi scrittori che hanno molto da narrare e nulla da dire. Narrando, non si accorgono di ripetere solo degli schemi, degli automatismi di gioco. Molti scrittori sono portatori di ossessioni, di pensieri mai risolti e di risposte mancate. La realtà invece è tale perché ha in sé qualcosa di inenarrabile e di dimenticato. La critica ha il compito di farsi carico di questa grande differenza che è per noi la realtà. Solo così (mai nello stile) la critica ritorna nel romanzo, amandolo. Ovvero: la critica è come sostenere ed esibire la forza della letteratura; appunto la sua pace, la fine delle ossessioni, il senso reale di una rivelazione utile alla vita».

Nei suoi studi si avverte che l'autore o l'opera che sta approfondendo non sono mai l'oggetto o il fine della sua ricerca. Come se la stessa letteratura fosse per lei un mezzo per cambiare la vita e nello stesso tempo attribuisse a essa un significato assoluto.

«Non sbaglia. Un grande scrittore disse: entra nel sogno ad occhi aperti e vivilo con amore fermo. Scrivere e leggere sono il modo più dignitoso e decente per vivere. Ma entrambi impongono una scelta di libertà: gettare via la chiacchiera che nasconde e nutre l'odio, i linguaggi biascicati del mondo che vogliono sommessamente la sopraffazione. La critica vera è non dimenticare la sconfinata, fragile, inenarrabile luce della bellezza».

Quest'anno ha pubblicato un romanzo, La magnifica, nel quale fa i conti col mondo culturale italiano, fatto di miserie e ipocrisie. Una frattura insanabile?

«La profonda corruzione di un paese sta nel fatto che quel paese abbia perso il senso del pudore, abbia sostituiti la gratitudine, lo slancio, la spensieratezza generosa verso qualcuno che ti insegna, con una maniacale invidia sociale, con un amaro insicuro sarcasmo. La Magnifica è un romanzo politico: mai la biografia di un soggetto, bensì l'autobiografia di una nazione. Non parla (cosa importerebbe?) del piccolo mondo degli intellettuali: indica piuttosto la furia di un paese senza amore e senza più sogni da vivere.

È un romanzo che racconta il fallimento del nostro Paese?

«L'Italia, la patria, la propria terra sono solo di chi l'ama. Ma noi siamo stati vessati in questi anni (e già dagli anni Ottanta) da un'ironia facile, pettegola, furbetta, spacciata per modernità; e oggi da un'invadenza dei social dove il linguaggio viene pensato solo per gridare e per rendere impossibile l'ascolto: la complessità, l'attenzione del pensiero. Il rapporto tra la decennale banalità maldicente di tanti intellettuali radical caviar (una generazione velenosa, padronale, sempre pronta in ogni gridolino di ilarità a ricordare a tutti il curriculum internazionale, le medagliette della cultura più raffinata), il rapporto tra quella altezza bassa e ridanciana con il delirio del ventre populista di una generazione attuale che invece, mentre urla, si assassina ripetendo di essere senza futuro, ebbene quel rapporto è chiaramente la continuità storica in cui si è inchiodata l'Italia. Persino pronunciare l'amore per la propria cultura (la memoria, il sogno della letteratura) viene oggi inteso come retorica o idiozia. Ciò che è gioia diventa imbarazzo in bocca a una mandria di cretini. Ma La Magnifica ha vinto: davanti all'orrore della superficialità spacciata per sofferenza globale si deve, si può opporre un'intelligenza civile, un romanzo che non voglia intrattenere ma offrire delle risposte: essere una disputa sulla verità. Ora sono io che le faccio una domanda. Quali sono i valori che siamo pronti a difendere davanti alle lame dei nuovi barbari? Abbiamo solo paura o non sappiamo più quali siano e quanto valgano quei valori?».