I blog letterari antagonisti? Affogati nel conformismo

Dopo dieci anni di anticapitalismo e "ucronie potenziali", non li fila più nessuno. Ed è un bene

Mamma mia, sono passati dieci anni o poco più, ma sembra una vita, dai tempi delle riviste e dei gruppi e conventicole online della cultura cosiddetta antagonista. Con agitatori come Wu Ming 1, Giuseppe Genna e Valerio Evangelisti, e blog di riferimento come «Carmilla» e «Nazione Indiana», dal quale poi si scissero Antonio Moresco, Carla Benedetti e Tiziano Scarpa, per fondare «Il primo amore».

Erano siti che in qualche modo facevano parlare anche i giornali, come per esempio quando «Carmilla» propose una petizione, firmata da tutti gli autori rivoluzionari (la totalità) per esprimere solidarietà a Cesare Battisti. O come quando Wu Ming 1 si inventò la New Italian Epic, e ne seguirono dibattiti tra i critici, senza che nessuno sapesse esattamente di cosa stava parlando. Non era importante neppure l'identità, contava il mito della collettività anonima, per cui chiunque teoricamente poteva chiamarsi Wu Ming (anche se poi divenne un marchio di fabbrica solo loro, e ben pagato). Una volta, per prenderli per il culo, sul settimanale Il Domenicale diretto da Angelo Crespi, scrissi una stroncatura di un romanzo di Wu Ming firmata Wu Ming. Non l'avessi mai fatto: da un altro blog di estrema sinistra, «Indymedia», mi arrivarono centinaia di minacce di morte, al cui confronto i gruppetti fascisti di oggi fanno ridere.

Si rifiutava l'ironia (troppo capitalista), si proponeva l'uso di uno «sguardo obliquo» (boh), di «ucronie potenziali» (mah), e del sovvertimento del sistema dall'interno (non per altro li pubblicava Berlusconi). D'altra parte, si è visto quale avanguardia artistica abbia portato la New Italian Epic: Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo, o Gomorra di Roberto Saviano, che sono diventate serie tv. Più che sabotare il sistema dall'interno, è il sistema che li ha assimilati dall'esterno. Più semplicemente puntavano al mercato come gli altri, e ci sono riusciti.

Esistono ancora, questi blog, e sono ancora più tristi di prima, perché prima almeno sguazzavano in uno stagno di polemiche già datate, ma facevano rumore, oggi non c'è più acqua, sembrano pesci morti che boccheggiano nel conformismo più assoluto. Nel tempo, hanno prodotto degli epigoni, come il blog di minimum fax «Minima&Moralia» (perché a minimum fax è tutto minimo). Dove spadroneggiano Nicola Lagioia, un giovane pugliese a cui la scalata al mondo editoriale è riuscita così bene da vincere il Premio Strega e diventare direttore del Salone del Libro di Torino, e Christian Raimo, la cui ossessione sono i migranti, il male del capitalismo, e ancora, di nuovo, il berlusconismo (che ancora una volta li pubblica, tanto Raimo quanto Lagioia). Si elogiano autori americani sì, ma quelli dell'«altra America», in cui si è specializzata minimum fax, l'America di sinistra e buona, non quella cattiva di Trump. È un mix tra un organo di stampa della Cgil e una riunione di boyscout di parrocchia.

A proposito di boyscout, «Il primo amore» fu imbattibile: su impulso di Antonio Moresco nel 2011 proposero un'azione eversiva incredibile, per «voltare pagina», Cammina Cammina, dove camminarono tutti a piedi da Milano a Napoli, per ricucire l'Italia, definita «la fabbrica della cattiveria». Io li frequentai anche per un periodo di tempo, ero un lettore di Moresco, prima di accorgermi che non era neppure un guru, era un prete. Comunque cosa c'è oggi su «Il primo amore»? Per lo più riflessioni su Pierpaolo (Pasolini, ovviamente), e su Antonio (Moresco, ovviamente), e altre lagne moraleggianti che è difficile iniziare a leggere arrivando in fondo, come il racconto di Natale di Sergio Baratto, Presepe 2017, che inizia così: «Quest'anno anche a me sarebbe piaciuto fare il presepe. Avevo bene in mente come realizzarlo, ma non avendone i mezzi mi sono limitato a immaginarlo», e la predica si conclude con una stalla vuota, chiedendo dove sia finita la Sacra Famiglia. Non ho mai capito perché il Vaticano non li assuma.

In compenso hanno preso piede anche blog letterari di qualità, gestiti da giovani ricercatori non ideologici, che hanno studiato e hanno voglia di scrivere senza paraocchi, e ne cito uno per tutti, il migliore: «Crapula Club». Si occupano di letteratura il fondatore, Alfredo Zucchi, Antonio Russo De Vivo, giovani scrittori napoletani di cui sentiremo parlare come Alfredo Palomba (Bompiani, Mondadori, Rizzoli, Einaudi, pubblicatelo subito) e molti altri.

Da evitare come la peste, invece, siti come «Le parole e le cose», anche perché potete imbattervi in articoli di Gilda Policastro che insegna poesia, perché altrimenti, parole sue, «chissà chi mai a questi studenti aspiranti creativi, se non un corso di poesia, parlerà di installazione di asemic o spoken poetry, di eavesdropping, googlism, flarf, di new sentence o loose writing, cioè dei presupposti imprescindibili per chi scrive oggi, superando, tra l'altro, l'unidimensionalità del vettore». Da spararsi negli attributi maschili, usando rigorosamente l'unidimensionalità del vettore.

A proposito di poesia vera, invece, le ucronie potenziali e gli sguardi obliqui e i sovvertimenti del potere di Wu Ming, Genna, Evangelisti e compagnia bella, a descriverli aveva già pensato il grande Vasco Rossi (già nel 1993, riferendosi ai rivoluzionari di prima), l'unico poeta italiano che io seguo e rispetto, nella sua canzone Stupendo: «E mi ricordo chi voleva/ Al potere la fantasia/ Erano giorni di grandi sogni sai/ Erano vere anche le utopie/ Ma non ricordo se chi c'era/ aveva queste queste facce qui/ Non mi dire che è proprio così/ non mi dire che son quelli lì».