La nuova rivoluzione conservatrice? È scoppiata in America

Fondazioni, think tank, case editrici. Le varie anime dialogano. E guardano oltre Atlantico

Capire la politica americana attraverso il filtro dei quotidiani progressisti italiani e degli analisti di sinistra nostrani è un po' come definirsi liberali nell'accezione classica del termine e riconoscersi nelle idee progressiste, cosa tanto fuori luogo quanto diffusa in una certa area di pensiero. Le notizie su quanto avviene negli Stati Uniti arrivano in Italia non solo in modo parziale e frammentato, ma molto spesso anche errato, descrivendo una realtà più vicina alle opinioni e agli auspici del solerte cronista liberal piuttosto che alla realtà effettiva. Un fenomeno che ha assunto proporzioni paradossali dal 2016 con l'elezione di Donald Trump, si è ripetuto con la Brexit e, più di recente, con la candidatura di Boris Johnson a leader del Partito Conservatore in Gran Bretagna.

Confrontandosi con alcune voci principali del mondo culturale conservatore americano si capisce invece che il consenso di cui gode Donald Trump è solido e che la sua conferma alle elezioni del 2020 è più di una semplice probabilità. A Washington, mi sembra di sentire una storia già nota, ascoltando le parole di David Azerrad, direttore del Simon Center for Principles and Politics alla Heritage Foundation, e del direttore associato Arthur Milikh. La Heritage Foundation è il principale think tank conservatore americano, con un budget di milioni di dollari e centinaia di dipendenti e, per comprendere l'entità dell'istituzione, è sufficiente recarsi nella sede centrale, un intero palazzo a poche centinaia di metri dal Campidoglio. Come spiegano Azerrad e Milikh, «Trump potrebbe vincere le prossime elezioni presidenziali anche a causa di una sinistra che non ha imparato la lezione del 2016. Ancora oggi continuano ad attaccarlo definendolo un fascista e un amico dei suprematisti bianchi». Il collegamento con l'Italia sorge spontaneo, così domando quale sia la soluzione per far ripartire l'economia nel nostro Paese. «Dovreste liberalizzare la vostra economia - è la risposta -, non nel senso di una totale deregulation, ma prendendo spunto da quanto ha fatto Netanyahu in Israele negli ultimi anni, trasformando un'economia statalista in un'economia liberale. Il vero tema che dovrebbe preoccuparvi è però la natalità, le nascite in Italia sono poche e nei prossimi anni sarà un grosso problema per il popolo italiano». Faccio notare il difficile rapporto tra Italia e Ue, e la risposta è fulminea: «l'Unione europea collasserà. Così come è concepita non può funzionare, dovete chiedervi: cosa rimarrà dell'Italia dopo la fine dell'Ue». Chiedo se Trump si possa definire un conservatore: «sta realizzando alcune politiche conservatrici, come la salvaguardia della nazione, le scelte sull'immigrazione e soprattutto il tentativo di conservare lo spirito americano contro le volontà dell'establishment».

È dello stesso avviso Tom Spence, associate publisher presso Regnery, la principale casa editrice conservatore americana, fondata da Henry Regnery nel 1947. «Per rispondere al quesito se Trump sia o meno un conservatore - dice Spence - occorre prima domandarsi che cosa sia il conservatorismo. Se è salvaguardia della nazione, politiche restrittive sull'immigrazione, conservazione dell'identità americana, Trump senza dubbio è un conservatore. Uno dei principali motivi per cui potrebbe vincere, oltre al successo delle sue politiche economiche, è l'opposizione portata avanti dal Partito Democratico che, oltre a non avere un leader, si basa su accuse ridicole nei suoi confronti». A ciò si aggiunga che la linea politica dei democratici si sta sempre più spostando a sinistra, avvicinandosi a posizioni socialiste più simili a quelle europee, un cambiamento che può allontanare il voto degli elettori moderati indecisi. Lo ha fatto notare Lorenzo Montanari, responsabile delle relazioni internazionali e dell'advocacy dell'Americans for Tax Reform, riprendendo sui social la copertina del New York Post all'indomani del dibattito tra i candidati alle primarie del Partito Democratico intitolata «Who wants to lose the election?», in cui sono raffigurati i principali sfidanti democratici con la mano alzata per esprimere il proprio assenso all'assistenza sanitaria gratuita per gli immigrati irregolari. La sede dell'Americans For Tax Reform dista pochi isolati dalla Casa Bianca. Fondata da Grover Norquist negli anni Ottanta su indicazione dell'allora presidente Reagan, svolge un'attività focalizzata sui temi fiscali tra cui la realizzazione dell'«International property rights index» curato da Montanari che mappa il rispetto del diritto di proprietà in tutto il mondo. L'Italia figura al cinquantesimo posto. La buona notizia è che siamo prima della Cina, la cattiva è che Botswana e Rwanda ci superano.

È vero che Washington è il centro nevralgico della politica, ma se si moltiplicano le iniziative, i centri studi, i think tank, i magazine e le trasmissioni per tutte le città americane, il risultato è impressionante. Basti pensare, per fare due esempi, che l'importante casa editrice conservatrice Encounter ha sede a New York, mentre l'ISI Institute è in Delaware, senza contare le realtà presenti in importanti Stati repubblicani come il Texas.

L'attività di promozione del pensiero conservatore comprende anche il settore della formazione grazie a The Leadership Institute, dedicato all'insegnamento per i futuri leader conservatori. Come ha scritto il direttore dell'Acton Institute di Roma, Kishore Jayabalan, in un articolo sul recente dibattito che ha diviso il mondo conservatore americano tra David French (firma di National Review) e Sohrab Ahmari (giornalista cattolico del New York Post), le fondazioni, i think tank e i centri studi riflettono le diverse anime che compongono il mondo conservatore americano. Le principali correnti del conservatorismo americano sono riassunte da Azerrad nel corso universitario «American Conservative Political Thought» e sono: conservatorismo costituzionale, conservatorismo tradizionale, liberalismo classico, neoconservatorismo, conservatorismo sociale, paleoconservatorismo, fino al nuovo modulo sul Trumpism. Alla luce di queste differenze, se si domanda a giornalisti, scrittori, filosofi conservatori chi sia il corrispettivo di Roger Scruton negli Usa, le risposte sono molteplici e discordanti: c'è chi cita R.R. Reno, direttore della rivista First Things, chi Daniel McCarthy, editor di The American Conservative, altri George Will che ha da poco pubblicato il monumentale The Conservative Sensibility, altri ancora addirittura l'anchor man di Fox, Tucker Carlson.

Il Partito Repubblicano, anche se formato da varie correnti, è la forza politica con cui interfacciarsi, ma permangono diversità di pensiero nello sterminato mondo dei media conservatori con giornali, riviste, radio, siti internet, televisioni animate da un forte dibattito interno. Una delle voci più conosciute tra i giornalisti conservatori a Washington è John Gizzi, corrispondente alla Casa Bianca per NewsMax, testata che conta su Facebook 1,2 milioni di follower. Come spiega Conservapedia.com, l'enciclopedia online dei conservatori, Gizzi viene definito «l'uomo che conosce tutti a Washington» e nel 2002 è stato nominato giornalista dell'anno dalla Conservative Political Action Conference (la conferenza che riunisce più importanti politici e intellettuali conservatori, cui ha partecipato anche il Presidente Trump). Gizzi non disdegna di fornire un parere sul futuro dell'Unione europea. «L'Ue - dice - è destinata a scomparire, il processo è già iniziato con la Brexit perché, invece di costituire gli Stati Uniti d'Europa con un modello federale, come suggeriva la Thatcher, l'attuale unione è formata da troppa burocrazia e vuole cancellare la storia e la sovranità delle nazioni». Nonostante l'interesse che suscita la politica del Vecchio Continente, i due mondi sono tra loro distanti, come spiega Spence: «tra il conservatorismo europeo e quello americano c'è poco dialogo perché la politica negli Stati Uniti è troppo diversa da quella che si fa in Europa. Negli ultimi anni però le cose stanno cambiando, se in passato il nostro conservatorismo era più vicino al liberalismo classico, oggi è diventato più di destra con posizioni analoghe a quelle dei conservatori europei».

Dalla costruzione di un dialogo tra il mondo conservatore americano e quello europeo, si delinea il futuro della civiltà occidentale, accomunata dai medesimi problemi (scarsa natalità, perdita dell'identità, incapacità di gestire i flussi migratori, crisi economica) che necessitano risposte condivise. Quindi occorre una prospettiva transoceanica in un quadro complessivo di mantenimento delle identità e dei particolarismi non solo dei contesti continentali, ma anche di quelli nazionali, riconoscendo la necessità di battaglie culturali e politiche comuni per affrontare le sfide della nostra epoca.

Commenti

alfa553

Mer, 17/07/2019 - 11:47

L'articolista si perde un poco in chiacchiere.Resta il fatto che e vero che le notizie hanno la parvenza del vero perche esse non sono ne'provate ne' giustificate dai fatti ma solo opinioni personali che nulla hanno della verita reale. Che l'europa andra in disfacimento ,e stupido chi non ci crede non fosse per le basi su cui e' costruita,sembra piu un giochino da PStation che una cosa seria.E' vero che si doveva fare una europa federalista che salvaguardasse le peculiarita di ogni partecipante.Pensate e andate da un texano e ditegli se e prima americano e poi texano,oppure andate da uno svizzero e ve ne accorgerete.