Patricia Highsmith, una mangiatrice di donne molto antifemminista

Amori, perversioni e saggezza della scrittrice che odiava il matrimonio

Cosa c'è di più noioso di una donna, quando ce l'hai in casa? Meno male non sono io a pensarlo, stavolta, perché c'è nessun uomo così maligno verso una donna quanto un'altra donna. A maggior ragione se una scrittrice, che spesso sarà lesbica, per esempio una lesbica come Patricia Highsmith (da non confondere con Patricia Cornwell, sia perché quest'ultima è lesbica ma ancora viva, sia perché ha una vita coniugale più pacificata della prima).

Sugli amori della Highsmith, scrittrice americana autrice di molti thriller psicologici (da cui sono anche tratti film di Alfred Hitchcock, come Delitto per delitto), indaga la biografia appena uscita, Il prezzo del sogno, di Margherita Giacobino (Mondadori, pagg. 282, euro 19), dove troviamo un'infinità di perle antifemminili, da far inorridire le femministe (evviva). Tipo: «Una donna può apparire come l'immagine stessa della perfezione e dell'armonia, come qualcosa di grande e di ideale: ma è soltanto una visione dell'occhio di chi la guarda. Con ogni probabilità quella stessa donna, alla prima occasione, prenderà un pensiero grande e lo trasformerà in qualcosa di piccolo».

La più amata tra le donne di Patricia è stata Carol, dalla quale anche il titolo omonimo di un romanzo. Imprendibile, impossibile, troppo libera, troppo femme fatale: da lei Patricia avrebbe desiderato una convivenza, proprio perché non poteva averla. Con le altre, un disastro dopo l'altro, ma né più né meno che se fosse un uomo, sebbene ci tenesse a non essere una di quelle lesbiche troppo mascoline.

Stiamo parlando degli Stati Uniti degli anni Cinquanta e Sessanta, quando la comunità omosessuale femminile (le «les girls») sognava l'Europa (mentre in Europa, chissà perché, si è sempre sognato l'America) e infatti Patricia, in seguito, passerà gran parte del suo tempo in Svizzera, sempre passando da un amore all'altro, senza trovare mai pace. Per cui relazioni passionali infuocate subito destinate a diventare convivenze, ben presto destinate a diventare noia, desiderio di fuga, orrore. Dalle quali trarre perfino un libro di racconti, Piccoli racconti di misoginia, che farebbe cadere i capelli a Concita De Gregorio. Un assunto fondamentale di Patricia: «Non c'è amore in cui non si insinui a un certo punto, inevitabilmente, la violenza». Indiscutibile. A tal punto che però lei sogna di uccidere la suddetta Carol: «Vorrei saltarle addosso e stringerla così forte da toglierle il fiato». Non lo fa solo perché ha paura del carcere.

Mentre si porta a letto una donna dopo l'altra accumula quaderni con le prestazioni sessuali di ogni amante, meticolosamente, tabelle dell'amore, graduatorie dei sensi, grafici cartesiani di erotismo indicibile, obiettivi raggiunti o meno. Annota età, statura, colore dei capelli e della pelle, orgasmi, durate, incompatibilità caratteriali, tutto. In Italia, a Positano, nel dicembre del 1951, annoiata dalla sua amante Lucy, volge lo sguardo sulla spiaggia, vede un uomo che cammina, e ci fantastica su: diventerà il suo celebre Mister Ripley.

Non ha niente del vittimismo femminile, Patricia, anzi: accusa le donne di non avere le palle. O meglio, il suo pensiero è che: «La donna colpevolizza l'uomo in quanto è libero di andarsene per il mondo e decidere la propria vita; invece di fare lo stesso, preferisce accusare lui, tartassarlo e fargli pagare quella libertà che vorrebbe per sé ma non può e non osa sperimentare o di cui forse, semplicemente e meschinamente, non vuole pagare i costi». Più che una lesbica, sembra la migliore amica dell'uomo.

In ogni caso vive la sua omosessualità in modo insofferente, tormentato, con costante desiderio di normalità, mai raggiungibile per una come lei. Pensa che la normalità sia la maggior forma di perversione, non dopo aver provato a rientrarci. Infatti la Highsmith disprezza il matrimonio, ma ci ha pensato, andando per un breve periodo di tempo da un analista per poterne avere uno: «Cosa chiedo alla psicanalisi? Di mettermi in grado di sposarmi senza troppi problemi, tutto lì». Tentativo fallito, per fortuna. Dopo averci rinunciato, al riguardo ha illuminazioni molto sagge: «Il matrimonio è la fine della storia. Dopo non può esserci nient'altro, per una donna». Oppure: «Ricco o povero, felice o infelice che sia, in tutte le sue forme, il matrimonio è un inferno. O, nel migliore dei casi, una noia». Insomma, una donna d'altri tempi. Ancora da venire.

Commenti

Phèdre

Mar, 03/10/2017 - 21:22

Non so veramente che cosa sia più imbarazzante di questo articolo: se la grammatica con cui è stato scritto, le informazioni errate su Patricia Highsmith o il non troppo velato risentimento di chi ha scritto verso la popolazione femminile in generale, segno che probabilmente l'ometto dietro lo schermo di donne non deve averne conosciute molte. Articolo da dimenticare quanto prima. Quando si scrive di certi argomenti, bisognerebbe essere in grado di mantenersi il più neutrali possibile, e non coprirsi di ridicolo.