"Pensavo di morire giovane ma sono qui più duro che mai"

Il rocker parla dei suoi nuovi concerti negli stadi: "Mi piace più creare che fare dischi. Il mercato si è rivelato una bolla"

Prima giochicchia con le battute. Poi inizia a parlare. Vasco in forma. Vasco a ciel sereno. Ha appena finito, qui nella «sua» discoteca Cromie, le prove dell'ennesimo megatour negli stadi (il LiveKom015 inizia il 7 giugno a Bari e sarà a Milano, San Siro, il 17 e il 18) e si racconta come se fosse la prima volta: «Non sono mai pari, resto un'anima in pena», ammette con quel sorriso da impunito che, diciamolo, è uno dei suoi marchi di fabbrica. L'altro è la capacità di guardare la realtà da un'angolazione sempre sorprendente: «Le mie canzoni sono sogni, scrivo per analizzare ciò che sento dentro». Sul piccolo palco di questa discoteca, davanti a qualche decina di ragazzi del fan club, aveva cantato come allo stadio, volume altissimo, chitarristi scatenati e batteria spaccatutto: «Il mio sarà ancora un concerto heavy oriented, molto duro, ma ho inserito una sorpresa acustica prima della terza fase con i miei grandi classici». Insomma picchia duro manco fosse un debuttante.

Però, caro Vasco, il concerto inizia con una parte della suite Zoja di Shostakovich.

«Ma subito dopo arrivano Sono innocente e Duro incontro , i due primi pezzi del mio ultimo disco, non proprio due carezze».

Un Vasco «quasi metal» sembra voglia urlare più forte le proprie idee.

«Sto cercando di capire sempre meglio il mio inconscio. Dopo aver letto Freud, ora mi dedico a Jung, sono curioso e ho del tempo libero».

Pensa di andare in «analisi»?

«Da piccolo volevo fare lo psicanalista ma non andrò in “analisi” finché non ne troverò uno bravo di fianco a casa». (sorride - ndr ).

Spesso Vasco trova quello che cerca.

«Nella mia carriera sono arrivato molto più in là di quello che pensavo. Negli anni '80 le rockstar morivano una dopo l'altra ed ero pronto anche a sacrificarmi... (sorride di nuovo - ndr ). Dopo Vita spericolata ero a posto, la mia carriera aveva già avuto tantissimo. E difatti per qualche anno non sono più riuscito a scrivere nulla».

Poi?

«Poi un giorno mi sono seduto con la chitarra ed è arrivato l'attacco di Lunedì : “La ragazza mi ha lasciato, è colpa mia”. Mi ero sbloccato».

Chi sono stati i suoi veri modelli?

«Beh, io sono “nato” ascoltando Battisti, Mogol, De Andrè, Dalla, Guccini, De Gregori. Poi da Bennato ho imparato la metrica rock e i Pooh mi hanno insegnato come produrre grandi concerti. Rispetto ai grandi cantautori, io volevo dare emozioni più sintetiche, come quando si passò dai grandi romanzieri dell'Ottocento ai mimimalisti. Ecco, i miei brani sono minimalisti».

E spesso hanno fatto discutere. Picasso diceva di dipingere quadri e di non avere la responsabilità delle azioni di chi li guardava.

«Di certo non scrivo testi per piacere. E non parlo di politica. La politica è una cosa seria».

Tanto più adesso che siamo in campagna elettorale.

«Infatti non voglio influenzare nessuno. E comunque tutto ciò che penso è nelle mie canzoni».

I matrimoni gay non sono politica. Che cosa ne pensa?

«Trovo giusto che il compagno o la compagna di una vita abbia gli stessi diritti di una moglie o di un marito».

Il LiveKom 015 racconta la sua vita in musica.

«E ci sono canzoni come E... o L'una per te o La noia che considero la più bella canzone della mia vita».

Dopo la malattia fa un tour all'anno.

«Dopo sei mesi all'ospedale pensavo fosse arrivato il conto. Ora se mi fermo troppo poi ho paura di non tornarci più, negli stadi. Sono trentasei anni dal mio primo concerto, il 26 maggio 1979 in piazza Maggiore a Bologna, e non ne posso più fare a meno. Anzi, dirò di più».

Prego.

«A me piace più il processo creativo che restare in sala d'incisione. Il mercato discografico è stato una bolla, non si poteva pensare di fare soldi solo cantando dentro un microfono e poi replicare quel suono in migliaia di copie. Così, visto che nell'altra tournée ho suonato troppo al Nord, stavolta il San Paolo di Napoli, dove gireranno anche il dvd, prende il posto di Roma. E canterò anche a Messina».

Ai concerti di Vasco ci sono ragazzi che non erano neanche nati al tempo di Albachiara o Siamo solo noi.

«La sentono come una canzone “loro” ed è incredibile. Alla loro età quando ascoltavo un brano di trent'anni prima mi sembrava roba vecchia, roba di un altro mondo».

Commenti

cgf

Ven, 29/05/2015 - 10:52

come al solito canzoni con testi brevi [e ripetuti], vasco non ricorda mai le parole, come potrebbe? Non è morto giovane ma qualche danno sicuramente l'ha subito. Tolti i testi la musica merita, ma spesso non è roba sua.

Ritratto di Euterpe

Euterpe

Ven, 29/05/2015 - 14:30

Farebbe meglio a continuare a leggere Jung, così capirebbe che la vita ha le sue stagioni, e che a 63 anni rasenta il patetico continuare a stare su un palco illudendosi di essere 'evergreen'.