Rocco Carbone, una (ri)Apparizione che riempie la vita

Andrea Caterini

Che tipo di narratore è stato Rocco Carbone? Me lo sono domandato dopo aver riletto L'apparizione (Castelvecchi, pagg. 144, euro 17,50) che torna in libreria a dieci anni dalla morte dell'autore, avvenuta per un incidente stradale nel luglio 2008. A risfogliare i suoi libri, da Agosto, col quale esordì nella narrativa con Theoria nel 1993, a L'apparizione, appunto (la cui prima edizione Mondadori è del 2002) fino a Per il tuo bene, uscito postumo nel 2009, ci viene incontro una prosa che non lascia spazi vuoti, che si affatica a descrivere tutto, ossessivamente, quasi con la morbosità di chi teme stia dimenticando qualcosa di importante. Ma dicendo questo non esauriremmo certo l'importanza di uno scrittore come Carbone; forse ci si limiterebbe ad accarezzare la superficie di quel grumo che è stata la sua necessità espressiva. Se Carbone è stato un narratore tanto poco propenso a slanci linguistici, deprivando la frase di una qualsiasi possibilità di metafora, sintatticamente spigoloso, descrittivo fino alla pedanteria, ci accorgiamo al contrario che questa tecnica, questa occupazione descrittiva dell'intero spazio narrativo, non è che la copertura di un'allucinazione, di un lampo di luce tanto potente da ustionare. E non c'è romanzo, tra quelli che ha scritto, più calzante de L'apparizione, forse il suo capolavoro.

La storia è quella di un uomo, Iano, che in casa di un'amica, Sara, si trova davanti un adolescente con una tuta sporca e lisa che gli stringe la mano e poi scompare. Si pensa a un ladruncolo, eppure dalla casa non è stato sottratto nulla. Anzi, i due amici trovano due coltelli. Quello ritrovato da Sara, però, ha la punta della lama piegata. Da questo momento, quasi inspiegabilmente, Iano sprofonda in uno stato maniacale che lo porta a compiere azioni che non si sarebbe mai sognato di compiere. Si separa brutalmente dalla moglie, Rosa, convinto di essersi innamorato di Sara (che però è la donna sbagliata), si alcolizza, prende congedo dal suo lavoro, ha continue crisi di pianto, è costretto a prendere ansiolitici. Iano, abitato da una forza di cui non è padrone, dopo alcune ricerche comprende che quel ragazzo incontrato in casa di Sara non era un ladro ma un dio, Eros, «quello che genera il delirio e la mania», «un dio tremendo, il figlio di Caos». Non si pensi però che questa «apparizione» immetta nel racconto tracce surreali, o spinga la narrazione in territori visionari. Tutto la disperazione, il delirio, la mania, l'avvelenamento dell'esistenza resta protetto ancora da quella scrittura di cui si parlava, da quell'adesione a un reale che non è altro che l'involucro della realtà: la realtà di quella visione che ha finalmente svelato la ragione di un'esistenza. Ecco, io credo che Rocco Carbone non abbia fatto altro che cercare per tutta la vita una protezione, una forma (il romanzo e il suo stesso modo di scrivere) che ha l'aspetto di una casa che potesse concedergli riparo da una visione che sarebbe potuta essere devastante. Con questo non voglio insinuare che Carbone mentisse a se stesso. Il contrario. Fedele a quella visione, Carbone aveva compreso che quella casa, quella forma tanto rigorosa avrebbero rivelato la verità di un uomo, il quale sapeva che una struttura tanto solida era necessaria affinché imparassimo ogni giorno, come un esercizio morale, a non tradire, non denigrare la nostra fragilità ciò che rende nuda, e vera, la nostra esistenza.