Un Von Trier spaventoso mischia serial killer e nazisti

Il regista danese bandito per anni dalla croisette spiazza con le violente follie di Jack lo squartatore

L'assassinio come una delle belle arti. Serial killer, Jack, che ha studi da ingegnere, ma vuole essere un architetto («è lo stesso rapporto che sta fra chi scrive musica e chi la interpreta») scrive ai giornali firmandosi Mr Sofisticazione e lascia tracce dei suoi delitti. A volte le cancella la pioggia, il sangue del cadavere legato dietro alla macchina e trascinato fino al suo rifugio segreto, un deposito frigorifero. Altre, una mammella tagliata di fresco, per essere certo che vengano trovate le lascia sul parabrezza di una macchina della polizia. E' anche feticista, Jack, infatti con la mammella restante si è fatto un borsellino...

The House that Jack Built, La casa che Jack costruì, di Lars von Trier, ieri fuori concorso, rimanda all'abitazione che Verge (Bruno Ganz), una sorta di angelo della morte, suggerisce al nostro psicopatico di mettere su con i corpi congelati delle sessanta e passa vittime: strangolate, abbattute a fucilate, a colpi di crick, accoltellate... Lavorando come un tassodermista se ne possono ricavare muri, tetti, oggetti d'arredamento, una vera e propria installazione artistica in stile Biennale... I due discutono sulle modalità, fra qualche immagine di quadri di Blake, Klimt, Botticelli, una Zattera della Medusa di Géricault riproposta come Tableau vivant, filmati di Glenn Gould al pianoforte, I mietitori di Millet, ma in carne e ossa, i soliti discorsi sul desiderio proibito, il male come godimento, il tormento e l'estasi eccetera, eccetera. Alla fine del dibattito, e dopo due ore e mezzo di pellicola, Jack si troverà su un precipizio sotto il quale rosseggia l'inferno come il mosto nel tino. Cercherà di superalo, ma finirà bruciato.

Sette anni dopo essere stato dichiarato persona non gradita qui a Cannes per delle esternazioni di gusto nazista ad alto tasso alcolico, Lars von Trier torna sulla Croisette con questo minestrone splatter che Matt Dillon (Jack) cerca di condurre eroicamente in porto. L'intento, stando alle parole del diretto interessato, è «celebrare l'idea che la vita è malefica e sprovvista di anima, come è stato dolorosamente provato dal recente avvento dell'homo trumpus, il re topo», Donald Trump, insomma. E' anche per questo che, pur avendo girato il film fra Svezia e Danimarca, gli ha dato un'ambientazione americana. In The house that Jack Built ci sono anche immagini di Hitler, Stalin, Mussolini, Mao, «gli artisti del male», e poi campi di concentramento ed esecuzioni di massa, il tutto per far capire che sono della stessa pasta di Jack e che quella pasta non è più la sua, se mai lo è stata... Poteva dirlo con un telegramma e risparmiarci la visione del film.

Altro ritorno a Cannes, e anche questo nel filone anti-Trump, è stato quello, in concorso, di Spike Lee e del suo BlacKkKlanman, storia vera di un poliziotto di colore, Ron Stallworth (John David Washingon) infiltratosi negli anni Settanta nel Ku Klux Klan usando come «controfigura» un collega bianco (Adam Driver). Al di là della sua lettura ideologica, didascalica e forzata, il film ha un suo ritmo e, specie nella prima parte, il tono di una commedia d'azione, anche se la stupidità dei suprematisti bianchi rischia di inficiare la serietà dell'assunto, ovvero il pericolo di una minaccia razzista. Nel finale, tirato per i capelli, si arriva d'improvviso ai giorni nostri con le immagini degli scontri di Charlottesville dell'estate scorsa e qui, purtroppo per Spike lee, la forza cronachistica di quelle riprese televisive fa del suo film una camomilla.