Le storie del Giornale

«Meno rom, più room». Meno rom, più spazio. Uno sfogo quello di Alina Pohrib, 25 anni, romena, che ha intitolato così un gruppo su facebook, per cercare solidarietà e approvazione al suo disagio nei confronti della comunità rom che torna a riempire fatti di cronaca delittuosi in Lombardia e in tutta Italia. «-rom, +rum» e di fianco la foto di bicchieri pieni del superalcolico «per essere più originale e riderci un po’ su ho fatto un gioco di parole... iscrivetevi e dite cosa ne pensate, sarebbe un’Italia più divertente e sicura; è semplice, basta cercare la mia amicizia su facebook!».
Rom, romeni, baraccopoli, campi, zingari, stupri, violenze, omicidi: protagonisti che invadono le cronache e che generano timori, reazioni politiche e giuridiche, ma anche una grande confusione di termini. Rom e romeno diventano sinonimi, ma non tutti i rom sono romeni, anzi, solo una piccola parte proviene dalla Romania; allo stesso modo, non tutti i romeni sono rom, e non tutti vivono nelle baraccopoli; anzi, molti tra loro sono integrati, hanno una casa e un lavoro dignitoso e conducono una vita onesta.
Alina si è trasferita in Italia con la famiglia nove anni fa, abita a Garbagnate, ha un lavoro fisso a Milano, un fidanzato italiano, e vive con forte disagio questa situazione: «Ho sempre rispettato le leggi italiane e mi sono integrata subito. Non capisco perché a causa della delinquenza di quegli zingari dobbiamo rimetterci anche noi». Eppure i romeni sono sempre più oggetto di episodi di intolleranza e discriminazione, soprattutto nei luoghi di lavoro. «Conosco molti romeni che come me si sono trasferiti in Italia e come me hanno sempre lavorato onestamente. Badanti, muratori, donne delle pulizie, autisti: sono mestieri forse umili, ma senz’altro onesti. Mio zio Costel si occupa da tanti anni della manutenzione dei macchinari per le pulizie dei grandi magazzini della provincia di Milano; Adrian fa l'elettricista a Milano, è in Italia da solo, perché non ha abbastanza soldi per farsi raggiungere dalla sua famiglia, lavora moltissimo, ma guadagna poco; Dan è muratore e imbianchino, è stato licenziato perché romeno, ma non si è voluto arrendere e si è messo in proprio, ora lavora ad Arese, e con il passaparola e il fatto che è molto bravo, la gente comincia a fidarsi di lui. Altri miei amici, soprattutto donne, hanno perso il posto di lavoro perché i loro datori credono che rom e romeni siano la stessa cosa e non vogliono avere niente a che fare con i delinquenti. Madalina, ad esempio, fa le pulizie di casa a Milano, e ha dovuto cambiare diverse case, perché nessuno si fida più a lasciare le chiavi ad una romena». La rabbia aumenta, insieme allo sconforto; Alina abbassa lo sguardo lucido: «Noi non siamo criminali, siamo uguali a voi, persone normali che hanno scelto di vivere in Italia per poter vivere meglio. Non sono mai stata razzista, ma non è giusto vivere male per colpa degli altri e per l’ignoranza della gente». La giovane donna non riesce più a sopportare questo clima di intolleranza e pregiudizio: «La mia origine è diventata per me una condanna, quando gli altri sanno che sono romena mi guardano quasi con disprezzo». Anche se le statistiche indicano una percentuale abbastanza alta di reati commessi da romeni, è anche vero che il numero di questi immigrati in Italia è molto elevato e che la maggior parte di loro svolge un lavoro regolare e paga le tasse. È un errore confondere le due parole come sinonimi o abbreviazione una dell’altra: la Romania è uno stato e la sua denominazione deriva dalle conquiste imperiali romane, mentre il termine rom indica un'etnia. «Rom» nella lingua romané (lingua di ceppo indo-ariano) significa «uomo», più precisamente «marito» (e «romni» significa «moglie»). Esistono individui di etnia rom in quasi tutti i paesi dell’Europa sud-orientale, ma anche in altri continenti. I romeni, lungi dall’essere criminali per vocazione genetica, diventano vittime di una confusione che porta a non distinguere una popolazione da un’altra e ad attribuire colpe a comunità invece che ai singoli.