La strage di Jasenovac in bianco e nero

La mostra fotografica è un omaggio ai ventimila piccoli serbi massacrati nel campo di concentramento

In Italia c'è un «giorno della memoria» che onora chi tv e stampa mai comunque hanno dimenticato: gli italiani deportati fra 1943 e 1945 per ragioni razziali. Che furono migliaia, ma meno dei francesi e molto meno degli ungheresi, per non dire dei polacchi. Invece di illuminare con l'evocazione per legge di questo sacrificio anche quelli analoghi di altri, l'obbligo di ricordare ha tolto ogni spontaneità all'evocazione. Questa resta solo per i veri dimenticati ed è all'origine della mostra fotografica, aperta fino a domani, «Erano solo bambini. Jasenovac» presso la Casa della pace di via Ulisse Dini 7 (Mm2, fermata Abbiategrasso).
In particolare essa è dedicata - fra i seicentomila morti, per lo più serbi, rom e sindi - ai ventimila piccoli martiri della pulizia etnica, come poi si sarebbe chiamata, operata nel campo di concentramento di Jasenovac dai croati fra 1941 e 1945. Chi inorridisce per altre, molto più recenti stragi avvenuta sul suolo dell'ex Jugoslavia, ne capirà le cause da questa mostra: sangue chiama sangue.
Ciò che è amaro per italiani di oggi, soprattutto per italiani patrioti (ce ne sono ancora), è il coinvolgimento dell'Italia nell'occupazione della Jugoslavia. Fra tutti i conflitti in cui il Regno d'Italia è stato coinvolto, questa è stata la pagina più triste, insieme alla repressione coloniale in Libia e in Abissinia. Certo, le atrocità italiane non sono state maggiori di quelle francesi, inglesi, olandesi, portoghesi, spagnole, tedesche, statunitensi: nelle colonie ogni popolo occidentale ha dato e dà il peggio. Ma perché questa è stata una guerra asimmetrica, quella di un esercito contro un popolo. Peggio: di un esercito formalmente alleato di uno Stato, quello croato ustascia, contro il popolo serbo delle enclave in Croazia e di Bosnia.
Consola solo che il Regio esercito sfuggì, ogni volta che gli fu possibile, alle direttive politiche, giungendo fino ad armare le milizie serbe, schierandosi talora armi in pugno, con i serbi e contro non solo gli ustascia (ci voleva poco), ma contro la Wehrmacht.
Se oggi nel Kosovo, dove spadroneggiano sotto tutela Nato gli albanofoni, è l'Esercito italiano il baluardo dei serbi, è anche nel rispetto e nella continuità con quell'azione di oltre sessant'anni fa, che aveva un precedente fin dal 1915, quando la Regia Marina aveva salvato l'esercito serbo, in rotta davanti a quello austriaco.
Al di là del lato morale d'una mostra come quella della Casa della pace su Jasenovac (vergognarsi ogni tanto fa bene), la lezione di quel passato indica un futuro dove «mai più» non suoni retorico e l'interesse nazionale sposi una buona causa.
Casa della pace, via Dini 7
ingresso libero h 10- 17
per info 02847477233