La strana coppia Tremonti-Rossi

L’ultimo piccolo scontro intellettuale lo ebbero a causa di Walther Rathenau, ministro della Ricostruzione della Repubblica di Weimar, tra i primi teorici della pianificazione. Un grande giurista secondo Guido Rossi. Tutt’altro, gli rispose Giulio Tremonti: «Un economista, industriale e politico, ma non giurista». Resta il fascino di entrambi per l’uomo che Musil pensò senza qualità, ma che nella realtà teorizzò la regolamentazione dei consumi e la statalizzazione delle imprese. Tra Rossi e Tremonti c’è una corrente di simpatia intellettuale che nasce da lontano. All’università del San Raffaele, ieri, si è celebrata una grande intesa tra i due sulle ragioni della crisi economica e finanziaria. Tremonti ha tirato fuori dal cappello anche due proposte: mettere mano all’articolo 17 dei regolamenti europei per chiedere alla Commissione Ue di avviare un’indagine settoriale e iniziare a verificare se l’Opec sia o meno un cartello. Dettagli pratici, ma la sostanza è altrove.
Rossi e Tremonti condividono una certa allergia per gli economisti: «In questo caso i giuristi battono gli economisti. dieci a zero» ha detto ieri il ministro dell’Economia. Entrambi di formazione giuridica, hanno come il senso della superiorità della norma sulla pratica del mercato. Che tollerano, si intende, ma fino ad un certo punto.
Ne discende un’idea del capitalismo lontana anni luce dalle pratiche liberiste. Il mercato non si autoregola, è la politica che se ne deve occupare: «Il mercato fin quando è possibile, e il governo quando è necessario». Per Tremonti il vizio dei liberali è il «mercatismo» per Rossi «l’integralismo di mercato»: più o meno la stessa cosa. E in questo momento, sostengono in coppia, ci vuole più governo.
D’altronde la crisi cosa è se non un eccesso di libertà di mercato? «Oggi - diceva l’ex parlamentare comunista - l’economia si è finanziarizzata, gli strumenti sono più sofisticati e occorre chiedersi quanta corruzione venga rilasciata con i cosiddetti derivati attraverso il sistema bancario». La peste del secolo è la speculazione si sosteneva ieri. In compagnia con la finanza che ne è il suo brodo di cultura. L’attuale crisi, per la coppia, è una crisi del capitalismo finanziario, è simile, ma più grave di quella del 1929. Gli strumenti per combatterla non sono quelli del mercato, ma quelli della politica e delle idee: ecco perché l’Europa può nel suo complesso rappresentare un argine.
Il «gran Borghese» e il «gran Visionario» gettano alle ortiche i paradigmi delle proprie appartenenze e trovano un terreno comune nell’identificazione di una malattia: il mercato e i suoi eccessi, la speculazione e la sua virtualità, i Paesi emergenti e il loro non rispetto delle regole. L’intesa è solo agli albori, ed è destinata ad alimentarsi con nuovi attori. La fondazione dalemiana Italiani-Europei a fine novembre ha già programmato un grande convegno a Milano, con conclusione ad effetto proprio tra Tremonti e D’Alema.
D’un colpo solo ieri sembrava scomparso il Rossi del «conflitto d’interessi epidemico» come rappresentazione plastica del berlusconismo. Così come i giudizi tranchant rilasciati al Manifesto nel 2004: «Il Governo Berlusconi ha la grave responsabilità di aver leso l’equilibrio dei poteri dello Stato. Il potere legislativo - sosteneva in una lunga intervista al foglio comunista - è ormai asservito al potere esecutivo, mentre il potere giudiziario è continuamente delegittimato».
C’era più di un testimone, ieri, ad ascoltare: da Poli a Cardia, da Palenzona a Greco, da Galateri a Romiti, da Rovati a Don Verzè. È stato gettato un ponte sull’altra sponda: il centro destra ha provato a rinunciare al mercato e ad una fetta del suo elettorato e una certa parte della sinistra, che si riconosce nel Guidorossismo, ha abbassato gli scudi giudiziari. Una battuta circolava in sala: «Rossi è l’uomo delle situazioni estreme, dal crac Montedison all’estate dei furbetti del quartierino. Ha difeso Geronzi per le accuse Cirio e Parmalat, ha guidato Telecom nel ciclone intercettazioni e ha fatto pace con D’Alema nel pieno della bagarre bancaria. Ebbene sta per succedere qualcosa?».
Nicola Porro
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