Studiando i «pentimenti» è tornata alla luce la Pietà del Bramantino

Esperti del Politecnico e della Sovrintendenza hanno «ritrovato» un dipinto che si pensava scomparso: ora vale tre milioni

Igor Principe

A suo modo, è una scoperta. E non di poco conto. Dietro l'identificazione della tavola del Bramantino, «Pietà artaria», che il mondo dell'arte credeva scomparsa da quasi un secolo, si nasconde l'Italia dell'eccellenza tecnologica.
È Milano a esprimerla in una storia che coinvolge la Sovrintendenza dei beni artistici e architettonici di Brera e il Politecnico. Tutto comincia due anni fa a New York dove, nel corso di un'asta, una coppia di collezionisti parigini, Claire e Giovanni Sarti, acquista una tavola che si sospetta essere una Pietà. Non se ne conosce il prezzo. «Posso ipotizzare una cifra inferiore ai centomila dollari, visto che in catalogo la base di partenza era di poco più bassa», racconta Pietro Marani, docente di Storia dell'arte moderna e museologia alla facoltà di disegno industriale del Politecnico. È lui - insieme con la sovrintendente di Brera Maria Teresa Fiorio - l'esperto cui gli acquirenti si rivolgono per il restauro dell’opera. E per la verifica della sua autenticità.
«Il dipinto era sporco e ossidato, cosa che non permetteva di capire se fossimo o meno davanti a una delle opere fondamentali del Bramantino - prosegue Marani -. Dell’artista esistono solo 17 lavori su tavola. La Pietà artaria è di importanza centrale. Whilelm Suida, uno dei massimi studiosi del pittore, la colloca nel periodo in cui operò a Milano per Giangiacomo Trivulzio».
Suida è colui al quale si deve la riscoperta del Bramantino, ritenuto fra i massimi allievi di Bramante e Leonardo.
«Su questo punto non esiste certezza assoluta, malgrado il nome faccia presumere un rapporto strettissimo con il Bramante - precisa il professore -. Sicuramente Bramantino ha cominciato a lavorare a Milano nel 1480, periodo in cui i due maestri rinnovavano l'arte lombarda». L’attenzione degli studiosi si concentra sulla Pietà, detta «artaria» dal nome dei due editori musicali viennesi che la conservano. Fino a quando, fra le due guerre mondiali, se ne perdono le tracce.
«Si pensava fosse scomparsa con i beni della famiglia, caduta in disgrazia. O che fosse finita in America, essendo i proprietari fuggiti da Vienna in seguito alle persecuzioni naziste». Ora dall'America è tornata in Europa, per il «ricovero» a Brera. Qui è rimasta in attesa per sei mesi. «I macchinari per gli studi erano in prestito in altri musei italiani - spiega Marani, che ha diretto il restauro -. Come storico ed esperto dell'autore, ero convinto della sua autenticità. Ma c'era bisogno di un riscontro scientifico. La tavola è stata inviata ai laboratori Scarpelli, a Firenze. Nel contempo, ho chiesto ad Antonietta Gallone, del dipartimento di fisica del Politecnico, di fare prelievi sul dipinto per analizzare i pigmenti e il loro legante».
È qui che entra in gioco il centro di eccellenza tecnologica. Il primo in Italia ad aver compiuto analisi dettagliate sui materiali della pittura. L’uso di strumenti all'avanguardia nelle analisi di tipo riflettografico (che bombardando la tavola con emissioni combinate) permette la lettura sottopelle del colore, e quindi la scoperta del disegno e della tecnica (matita o incisione) con cui è realizzato.
«Sono stati rilevati i "pentimenti" dell'artista, cioè le modifiche della prospettiva e delle figure che un semplice copista non avrebbe avuto ragione di apportare - dice Marani -. Questo, insieme con gli studi sulle dimensioni della tavola, ci ha fatto capire che si trattava dell'originale. E che non risaliva al 1513, ma a una decina di anni prima».
L'opera è stimata intorno ai tre milioni di dollari. Molti musei sarebbero disposti ad aggiudicarsela. Soprattutto in Francia e negli Stati Uniti, dove del Bramantino non esiste quasi nulla.