Subito i mini-centri islamici, poi la moschea

Tante parrocchie e poi il Duomo. L’immagine che usa il direttore dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari, forse non a tutti sembrerà azzeccata, ma rende bene l’idea. Oggi a Palazzo Marino è convocato un incontro importante fra l’Amministrazione comunale, rappresentata dal vicesindaco Maria Grazia Guida, e le comunità islamiche milanesi. Un vertice in cui i centri islamici ripongono grandi aspettative, dopo le aperture che dalla giunta sono arrivate negli ultimi giorni, vistosamente presentate come una svolta rispetto agli anni del centrodestra. Per la giunta Moratti il Comune doveva mettere a disposizione dei musulmani alcuni spazi per pregare, il venerdì e nel mese di Ramadan, ma non agevolare la costruzione di luoghi di culto veri e propri, almeno fino alla definizione di regole nazionali, necessarie per le note implicazioni legate al tema della sicurezza: possibili infiltrazioni di estremisti e di predicatori d’odio.
L’impostazione della sinistra è diversa: si parte dal riconoscimento dei centri così come sono. Il programma elettorale di Giuliano Pisapia prevedeva apertamente «la realizzazione di un grande centro di cultura islamica che comprenda, oltre alla moschea, spazi di incontro e aggregazione». «Può essere - diceva - non solo l’esercizio di un diritto, ma anche una grande opportunità culturale per Milano». Quest’obiettivo è stato, se non corretto, quanto meno integrato: oggi la priorità è la sistemazione dei centri esistenti e l’avvio di un percorso che in futuro - diciamo da qui all’Expo - può portare alla costruzione di un grande luogo simbolico, la moschea di Milano. Il vicesindaco Maria Grazia Guida, parlando col Giornale, lo conferma, pur con molte cautele: «L’incontro è il primo passo di un percorso di dialogo e conoscenza. Terremo conto della esigenza di avere spazi territoriali dignitosi e sicuri». Ma anche «ascolteremo con attenzione, anche se non abbiamo avuto ancora proposte, il bisogno di luoghi più ampi che vanno costruiti in un disegno complessivo di dialogo con la città. Ora non è l’aspetto principale ma non c’è una pregiudiziale». Insomma la linea è chiara: sostenere i centri esistenti e la loro ambizione ad avere piccoli luoghi di preghiera regolari, mentre «da qui alla costruzione di un luogo unico c’è un percorso» da fare.
Esiste un problema, però, con cui l’attuale amministrazione non si è ancora scontrata: la difficoltà di avere un interlocutore unico in un mondo islamico cittadino che è variegato dal punto di vista etnico, ideologico e religioso. Per la Guida è il dialogo, anche interno, la parola-chiave: «Il dialogo - ripete - permette di fare le scelte giuste». Si tratta di «creare ponti e non muri o steccati - sottolinea - per condividere percorsi comuni nel rispetto delle diversità». «Siamo fiduciosi». Shaari ha pronta la carta a sorpresa da giocare oggi: un portavoce unico per «la gran parte» dei musulmani milanesi. Per il resto la linea ipotizzata - prima i piccoli centri e poi la moschea - la sottoscrive in pieno: «È la mia idea, prima sistemare i centri, con luoghi di culto al posto di quelli che abbiamo ora, e poi pensare alla moschea». «Pensiamo alle parrocchie che ora è più urgente - sintetizza - poi penseremo al Duomo».