Sulla "strada per l’inferno" i militari di pattuglia in pericolo tutti i giorni

In Afghanistan incombe sempre il rischio. Le donne in divisa costrette a vestirsi da maschio per evitare le sassate dei bambini

La statale 517 è stata ribattezzata dai nostri commandos in Afghanistan «l’autostrada per l’inferno». Lo spunto non è solo la famosa canzone degli Ac-Dc “Highway to hell”, ma le trappole esplosive che i talebani amano disseminare lungo la strada. Quelli della Task force 45, composta da 200 uomini dei corpi speciali italiani, di cui è proibito parlare perché ogni tanto fanno la guerra, la conoscono bene.
L’autostrada per l’inferno porta dritto a Shewan, un villaggio-roccaforte dei talebani, impossibili da distinguere dai civili. «Gli amici del fico – come i nostri commandos chiamano i talebani – si spostano disarmati, in piccoli gruppi per non destare sospetti. Poi si concentrano vicino all’obiettivo a centinaia. Si armano grazie a depositi clandestini che hanno ovunque e attaccano». Lo racconta uno degli ufficiali dei corpi speciali impiegati nell’Afghanistan occidentale, dove gli italiani sono stati attaccati quattro volte nel solo mese di novembre. Anche a Kabul, come dimostra l’attentato di ieri, non dormiamo sonni tranquilli, nonostante in Afghanistan siano schierati circa 2.400 italiani.
A Camp Invicta, da dove è partito ieri il maresciallo capo Daniele Paladini per la sua ultima missione, i nostri soldati vivono in una vecchia caserma sovietica. Gli italiani hanno saputo renderla ospitale con tanto di pizzeria e sala svago. Però, quando escono con l’elmetto in testa, giubbotto anti proiettile e arma in pugno sanno che potrebbe non essere una passeggiata. Agli inizi di settembre, durante una perlustrazione nella valle di Mushai, gli alpini sono finiti in un’imboscata con i fiocchi. I talebani li hanno investiti con una valanga di fuoco e i nostri hanno risposto con le mitragliatrici pesanti sopra i mezzi non perdendosi d’animo. Il caporale Antonio Nughes, 23 anni, originario di Sassari, è sceso dal mezzo per sparare sul nemico. Un proiettile talebano gli ha trapassato la coscia destra.
Le nostre donne soldato, che per non farsi riconoscere si nascondono i capelli sotto l’elmetto, non hanno vita facile. I monelli che ciondolano fuori dalla base di Kabul non amano le donne di sentinella. Appena si accorgevano che c’era un donna in garitta cominciavano a bersagliarla di pietre. Ovviamente non si spara sui bambini e allora le nostre donne soldato si sono adattate a portare la maschera anti vento che copre loro il volto, così da non farsi distinguere dai maschi.
Kabul è considerata più tranquilla di altre zone dell’Afghanistan, ma i talebani amano infiltrare sempre più spesso terroristi kamikaze. L’ultimo, prima di quello esploso ieri a Paghman contro i nostri, l’hanno preso per un pelo il 19 novembre nel distretto numero 8 della capitale. Un negoziante si è accorto che aveva qualcosa di strano sotto la giacca. Sei poliziotti afghani gli sono saltati addosso riuscendo a bloccarlo prima che innescasse il detonatore.
Gli italiani si difendono con il Cimic, le unità specializzate in cooperazione civile e militare. Costruiscono scuole, pozzi, piccole cliniche nei villaggi più sperduti e ponti, come quello che ieri ha attirato l’attenzione del kamikaze. Un lavoro impegnativo, che punta a conquistare i “cuori e le menti” degli afghani. Solitamente la prima mossa è levarsi gli anfibi, sedersi per terra a gambe incrociate nell’umile casa del capo villaggio e sorseggiare infinite tazze di chai, il tè senza zucchero degli afghani. Talvolta si riesce a rompere la diffidenza, in altri casi il mullah ordina che le donne soldato stiano chiuse nei mezzi e spesso bisogna trovare un compromesso. In uno sperduto villaggio della provincia di Herat abbiamo costruito un bellissimo argine per controllare le piene e aiutare a irrigare i raccolti, unico sostentamento della comunità locale. Gli afghani, però, hanno ammesso che il riso non basta e quindi coltivano l’oppio.
Uno dei lavori più rischiosi è quello degli uomini invisibili dell’intelligence, come Lorenzo D’Auria, ucciso durante il blitz che lo ha liberato dalle grinfie talebane assieme a un altro agente del Sismi. Lo chiamavano “Lorenzo Jan” per il rapporto che aveva saputo costruirsi con gli afghani. Durante le missioni sotto copertura vestiva come loro e neppure i soldati italiani, all’ingresso delle basi, lo riconoscevano. Durante i bombardamenti americani nella valle di Zerkho di fine aprile, nell’Afghanistan occidentale, ha rischiato la pelle, racconta un suo commilitone, «per far distinguere gli innocenti dai nemici».
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