Al supermarket delle droghe legali tra erbe indiane e funghi siberiani

«Smart» in inglese significa grosso modo furbo. E «smart shop» sono negozi furbi dove vengono legalmente vendute «smart drugs», droghe furbe. Cioè sostanze non inserite nella tabella degli stupefacenti. E «furbi» lo sono senz’altro perché al di là degli ammiccamenti, la maggior parte della merce esposta vale meno della birra analcolica. Ma non tutte. In mezzo si nascondono prodotti con effetti degni di sostanze meno «furbe».
E il problema reale alla fin fine è questo: cosa finisce sugli scaffali di questi negozietti? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe sequestrare e analizzare sistematicamente la merce esposta. Operazione effettuata solo se c’è il sospetto che la sostanza possa essere pericolosa. Come la messicana «salvia divinorum»: rispetto alla marijuana un calcio di un mulo. E in testa per giunta.
Va da sé che a Milano, città che da questo punto di vista non si è mai fatta mancare nulla, gli «smart» proliferano. Basta andare su sito vu-du.com (e qui si aprirebbe il discorso delle vendite on line visto che le ordinazioni si possono fare con un semplice clic) per trovare l’elenco delle sostanze sul mercato e dei negozi dove acquistarle. Per la cronaca 64 punti vendita ufficiali in tutta Italia, tre a Milano. Ma ufficiosamente ce ne sono molti di più. Abbiamo ovviamente provato a fare un giretto, presentandoci come irriducibili - data l’età - fricchettoni, stanchi di andare alle «colonne» (di San Lorenzo) per fare rifornimento. Quindi abbiamo chiesto qualcosa di simile a marijuana o hashish. Trovando una ricca messe di offerte. Anche se le spiegazioni fornite inizialmente dai commessi sono vaghe e imprecise.
Tanto per cominciare si parla solo di profumatori d’ambiente o decotti e tisane rilassanti. Provengono dai quattro angoli del globo e hanno una lunga storia di «sballo». Erbe, fungi, radici, fiori, frutti, da fumare, masticare, bollire, aspirare e che nelle diverse tradizioni popolari servivano per provocare effetti psicotropi.
Solo chiedendo con una certa insistenza si possono ottenere ulteriori spiegazioni. Scoprendo per esempio che la «Fly Agaric» è un fungo allucinogeno originario della Siberia. Gli antichi abitatori di quella terra fredda e lontana, lo assumevano e poi orinavano in grandi contenitori da cui tutti bevevano più volte, per moltiplicarne e prolungarne l’effetto. Da noi, per fortuna, è sufficiente mangiarlo in frittata.
Poi c’è lo «spice joy», detta anche «piccolo marijuana»: superflua ogni ulteriore spiegazione. Il «kratom» invece è offerto nelle due versioni «leaf» e «hard», da bere in decotto. Il primo provocherebbe un certo eccitamento, anche a livello sessuale. Ideale per una «botta di vita» con amici. E amiche. Mentre il secondo è decisamente un allucinogeno.
L’elenco, come detto, è pressoché infinito. Ma la maggior parte delle sostanze vendute ha, gira e rigira, effetti molto blandi. Come il «focus»: venduto come simil-cocaina è in realtà una banale estratto a base caffeina. Efficace come un espresso al bar.
Ma in mancanze di regole precise tutti possono importare tutto. Sostanze pericolose comprese, ufficialmente sconosciute alle autorità sanitarie e di polizia. Di cui poco o nulla si sa su composizione, trattamenti estrattivi e chimici e «posologia». La legge del resto è chiara: sono droghe, e quindi illegali, tutte le sostanze inserite in apposita tabella ministeriale. Solitamente tra la scoperta di una sostanza come la «salvia» e il suo inserimento in tabella può passare, tra analisi e considerazioni cliniche, anche un anno. Ma appena la «divinorum» finisce nel libro nero, salta fuori una variante nigeriana o vietnamita, si fa per dire. E si ricomincia: i cinque continenti offrono una varietà di prodotti pressoché infinita.