Tadini, l’uomo del «common sense»

L’intellettuale-artista è scomparso il 25 settembre 2002

Il primo ricordo è quello di un uomo completo. E di una intelligenza curiosa, mobile, adatta a cogliere, in ogni insieme di cose o di eventi, il dettaglio essenziale. E dal quel dettaglio ricostruire i disegni globali, le forme. Intelligenza contemporanea in senso eminente perché consapevole che, oggi, lo statuto della forma sta nel suo essere cangiante, complessa. Emilio Tadini era dotato, verso le instabilità costituzionali della cosiddetta modernità, d'uno sguardo e di una sensibilità inarrivabili. Dunque, sapeva afferrare lo spirito dell'epoca, lo coglieva per raffigurarlo e farlo circolare in disegni, quadri, pagine, versi. Esiste un termine antico che, ciclicamente, torna nelle vicende della cultura: lo si ritrova in Marco Aurelio, in alcuni umanisti, in Vico, nella filosofia dell'illuminismo anglosassone: è il sensus communis, o common sense. Sta a significare qualcosa di assai più alto del riduttivo, semidegenerato «buon senso». Indica, invece, una sapienza non scolastica, una concreta attitudine a cogliere il tratto universale che tiene insieme i modi d'essere e pensare d'un gruppo, una comunità, una società civile. Non lo si può intuire per via teoretica o analitica, va afferrato con i cinque sensi. Non tutti riescono a farlo, anche se ci provano. Ma un uomo o un intellettuale o un artista, quando arriva a intendere il common sense che gli sta attorno e lo coinvolge, diviene «colto», diviene colui che capisce il proprio tempo perchè ne percepisce l'aria, sia questa lieve o pesante. E l'uomo colto avvertirà, prima d'ogni altra cosa, la profonda e sotterranea affinità che lo lega al prossimo. E allora si troverà bene, insieme a quel prossimo. Dotato di urbana socievolezza, ne saprà vedere o raccontare vicende e destini con pathos, affetto, credibilità, rigore. Ecco: Emilio Tadini è stato un raro esempio di intellettuale-artista che del suo (e nostro) momento ha saputo intere il senso, le evoluzioni, le eventuali degenerazioni. Soprattutto, possedeva una naturale, elevata raffinatezza che gli consentiva di far risaltare il lato doppio, ambiguo, plurale delle cose: se c'è un filo conduttore che ne attraversa l'opera (dipinti, pagine, teatro... ), è una mistura di tragico e comico, di disperazione e di ridicolaggine che passa nella vita. Veniva visceralmente attratto dal paradosso, Tadini. Se ha mai posseduto un nume tutelare, quello è stato Giano bifronte: divinità bifacciale, che ghigna e frigna a seconda di come e dove lo si osserva. Forse, proprio la disposizione alla paradossalità dell'esistere, lo stupore permanente di fronte al mondo e alle sue alterne vicende faceva di lui un uomo costituzionalmente tollerante. O, se si vuole usare una parola quasi dismessa, un uomo buono. È questo il ricordo più intenso, per chi lo ha conosciuto.
Se ne è andato il 25 settembre del 2002, cinque anni fa. Era nato nel 1927. L'opera, certo, resta. La persona, la bontà manca.