Tamburi giapponesi all’Idroscalo

I San Josè Taiko saranno alla Villetta per la conclusione della giornata dedicata a Hiroshima e Nagasaki: suoni profondi che prendono il cuore

Ferruccio Gattuso

Quei tamburi dai suoni gravi, capaci di scendere fino in fondo all'anima e scavarti entusiasmi e inquietudini, sono un simbolo di vita. Il ritmo profondo del cuore, i rumori non casuali, travolgenti e ordinati, che regalano una sensazione di forza: non è sicuramente un caso che il gruppo di percussionismo giapponese San Josè Taiko salga sul palcoscenico della Villetta all'Idroscalo nella chiusura di una giornata (martedì 26, ore 21.30, ingresso libero) dedicata alla tragedia di Hiroshima e Nagasaki.
In quei giorni d'agosto del 1945 l'inferno si presentò sulla terra con il volto imprevedibile della luce: le due città giapponesi furono letteralmente accecate da una potenza che si pensava non potesse esistere; da qualche parte, per molto tempo, sui muri restarono impresse le ombre di chi scappava. Era l'Atomica: una macabra «fotografia» con cui l'Uomo consegnava ai posteri la possibilità della propria fine.
Eppure, anche dopo quella terrificante dimostrazione di potenza distruttiva, la vita si riprese il suo spazio, e ricominciò a battere il suo ritmo tra le macerie. Se c'è qualcosa che può spiegare, in suoni, la straordinaria capacità di «resurrezione» della vita è proprio l'inseguirsi di note percussive su un tamburo. I San Josè Taiko dunque portano uno show spettacolare nella cornice della giornata intitolata Da Hiroshima all'Iraq, organizzata dall'Assessorato alla pace, con la partecipazione e cooperazione internazionale della Provincia di Milano, dell'Arci e dell'associazione giapponese «Fuji».
L'esibizione è attesa dallo zoccolo duro degli estimatori di questa antica forma d'arte, ma anche da un pubblico - sempre più numeroso - attraversato da una vera e propria febbre nipponica.
Il Giappone oggi, in Occidente e soprattutto in Italia, è una categoria dello spirito: è un modo di vivere, è arredamento, filosofia, cibo. Certo, è anche snobismo e superficialità prêt à porter, ma nella civiltà dell'immagine queste sono le controindicazioni di sempre. Il Sol Levante è anche musica, ebbene sì, e il sound potente dei tamburi «taiko» appare come il volto perfetto di una civiltà da sempre volitiva, anche aggressiva, che ha segnato la storia dell'Estremo Oriente.
Affrontare il percussionismo «taiko» prevede una grande preparazione musicale e fisica, in un intreccio di composizioni corali dove ciascun tamburo è un tassello imprescindibile. Lo show dei San Josè Taiko - sulle scene da circa trent'anni, oggi diretti dalla coppia Roy e PJ Hirabayashi - è quindi ritmo ma anche coreografia, costumi e un coraggioso istinto di contaminazione.
La grande tradizione nipponica cede a tratti spazio ai ritmi africani, balinesi, latini e jazz: caratteristica di questo storico ensemble con salde radici in America è infatti l'interesse per tutte le culture musicali presenti oltreoceano. Dopo lo show all'Idroscalo, i San Josè Taiko si sposteranno in Veneto, a Conegliano (il 27) e a Fidenza, per il Fidenza Jazz Festival (il 28).
Alle ore 12, presso il Villaggio della Pace dell'idroscalo verrà mostrata al pubblico l'ultima creazione dell'artista cuneese Dario Ghibaudo, una rappresentazione del «fungo» di Hiroshima trasformato nell'albero della pace. L'opera - dedicata a Sadako Saski, una ragazza giapponese divenuta simbolo della tragedia di Hiroshima - verrà arricchita dagli origami creati dai bambini di Milano e provincia. Poco prima dell'esibizione dei San Josè Taiko si terrà l'antica cerimonia di rito buddista delle «lanterne galleggianti» sull'acqua, in onore delle vittime dell'Atomica.