Il teatro e le emozioni del giovane Kafka Al Litta una lunga notte nel ghetto di Praga

Può darsi che Franz Kafka, prima di diventare lo scrittore visionario e conturbante che tutti conosciamo, sia stato un ventenne dubbioso e impacciato, non troppo diverso da un tardoadolescente di oggi. Su questa ipotesi si basa «La fine di Shavuoth», un testo di Stefano Massini da cui Cristina Pezzoli ha tratto l'omonimo spettacolo in scena al Litta fino al 1 febbraio.
Quando si alza il sipario ci troviamo in una notte d'autunno del 1911, Kafka è seduto a un tavolo del caffè-teatro Savoy, nel ghetto di Praga, ed è in attesa di incontrare Maria Tschissik, l'attrice di cui è invaghito. Sulla scena fa però irruzione Jitzach Löwy, un giovane ed esuberante attore della stessa compagnia della Tschissik, che per una serie di disavventure si ritrova chiuso nel locale insieme all'aspirante scrittore. Kafka e Löwy ingannano il tempo raccontandosi le loro vicende quotidiane, parlando dei loro sogni, delle loro ambizioni, del loro rapporto con il teatro e la letteratura, evocando la loro infanzia, che per entrambi si è svolta in un ghetto ebraico. Il dialogo, che inizia con qualche difficoltà ma che prosegue in crescendo, è tra due interlocutori quasi antitetici: tra chi si sente inadeguato a vivere, come Kafka, e chi sembra non essere mai sazio della vita, come Löwy. Lo spettacolo racconta la lunga costruzione di un'intesa tra queste figure dal carattere emblematico, nelle quali è possibile scorgere due versanti di un'idea assoluta di giovinezza, che forse consiste nella capacità di aprirsi ininterrottamente ai desideri. Proprio l'azione di dischiudere, talvolta in opposizione dialettica con il suo contrario (il trovarsi chiusi nella taverna, il carattere chiuso di Kafka), sottolinea i momenti centrali del racconto, come denota una certa insistenza sulle serrature, sulle chiavi e sul cielo che non a caso si squarcia durante la festa di Shavuoth.
Anche Kafka, interpretato con grande delicatezza da Jacopo Bicocchi, e Löwy, reso in tutte le sue sfumature da Mattia Fabris, si aprono l'uno con l'altro rendendo quasi palpabile l'intesa che si instaura tra loro. Questo effetto così realistico è dovuto alla peculiare regia della Pezzoli, che punta tutto sulla sintonia tra gli attori lasciandoli liberi di improvvisare. «La fine di Shavuoth» si rivela quindi l'esito di una scommessa riuscita, forse anche più del previsto: a volte il senso di intimità che si crea sulla scena è così concreto, così tangibile, da far sembrare appropriato per questo spettacolo l'aggettivo «toccante».