Teatro, Paolo Ferrari,un ispettorein casa Birling

Siamo nella Londra del 1912. La famiglia Bilding festeggia il fidanzamento della figlia Sheila, con un party; abiti da sera, musiche, candeladri dargento, bicchieri di cristallo, prelibatezze e vini d’annata. Quando gli ospiti stanno per andare, la polizia, o meglio un «poliziotto» bussa alla posta annunciando l’omicidio di una giovane donna e più di una persona in quel salotto sofisticato potrebbe essere il colpevole. Tra dramma borghese recitato con tutti i canoni di una prosa tradizionale e un linguaggio un po’ più diretto da thriller, il regista Giancarlo Sepe ha saputo cogliere i colori di un’epoca, con le sue ipocrisie, la mancanza di morale e l’unico valore che continua a trionfare, il denaro. Riferimenti diretti alla contemporaneità, alla corruzione e all’individualismo spinto al punto di fregarsene se una giovane donna è stata uccisa e per mano nostra in nome di salvare il nostro nome altisonante in società; una società che va a prostitute, che corrompe, che licenzia lavoratori abusando di leggi che consentono «stati di crisi». A fare le parti dell’Ispettore in casa Birling è il bravissimo Paolo Ferrari che con Andrea Giordana fanno da protagonisti. Un ruolo non nuovo quello di Ferrara perchè con il «noire» si è spesso confrontato. Vi ricordate lo sceneggiato Rai in bianco e nero a puntate «Nero Woolfe», nelle parti del suo assistente, Archie Goodwin, con il suo grocollo bainco e la giacca in stile inglese?

Quando ha iniziato a recitare?
«Avevo 9 anni, debuttai in radio, era quasi un gioco nonostante fossi emozionato».
Ha fatto qualche scuola di recitazione o il timbro della sua voce e il suo stile è naturale?
«A 17 anni feci l’esame all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma. Arrivai primo all’esame e vinsi una borsa di studio, cosa per me necessaria perchè mio padre girava il mondo, ma fu quasi inutile perchè avevo già trovato lavoro. Fu una sorpresa».
Dove è nato e perchè suo padre era spesso assente?
«Sono nato a Bruxelles 81 anni fa. A dire il vero li compio il 26 febbraio, sono nato sotto il segno dei pesci, credo che questo segno dello zodiaco abbia la caratteristica di imprimere creatività».
Cosa pensa della crisi economica e culturale che pensalizza da tempo la cultura e in particolare il teatro? Ritiene che sia giusto che il teatro si debba autofinanziare?
«La cultura fa le spese di tutto in Italia, segue la sanità e la scuola. Ma le arti in particolare il teatro rischia di scomparire. Stanno scomparendo anche le scuole come quella di Paolo Grassi a Milano (mi auguro che l’Amministrazione possa fare qualche cosa), proprio in questi giorni che si celebra l’anniversario di Grassi fondatore con Strelher del Piccolo Teatro di Milano e del Teatro d’Europa a Parigi successivamente. Ho lavorato con il Maestro Strelher più di due anni, ne avevo 28 e lui era nel pieno della creatività. Con me la Merlini e Cimare».
Lo spettacolo che è appena terminato al Teatro Manzoni di Milano poi andrà a Luini, Trieste, Bari...Ha ancora voglia di stare in giro con il baule?
«Devo dire di si, anche se rispetto a una volta le ore di lavoro sono diminuite, così i mesi. Oggi se fai sei, otto mesi di tournée è buona. Una giovane compagnia o un giovane attore fa al massimo 2 mesi e mezzo. Le paghe sono basse per uno che deve iniziare, ma c’è da dire che non fanno scuole serie, le fanno private che non valgono un accidente, è tutto un mangia mangia di soldi o arrivano dalla Tv, magari dal Grande Fratello e allora non c’è professionalità, umiltà, cultura, si fa per apparire e per guadagnare il più possibile».
Come sopravvive allora il teatro se gli Stabili non producono?
«Sono i privati che rischiano molto e le province ci salvano per le repliche, perchè chi vive in provincia viene a teatro con la voglia di imparare di ascoltare i testi dei grandi autori che danno lezioni di vita, di filosofia, di umanità e persino fanno capire come funziona la politica».
Da chi è stato prodotto «Un ispettore in casa Birling di Boyton?
«Dobbiamo tutto a Marioletta Bideri. Ha rischiato molto, ma ce la fatta. Crede e ama il teatro, ha recitato anche lei. E’ il secondo spettacolo che fa con Giancarlo Sepe regista, il primo era un Otello».
Dopo Roma e Milano allora il tam tam si fa in provincia, al contrario dell’America. Ma dalla Tv al palcoscenico non è così scontato...
«Non vi è nulla di immediato. Spesso il tutto va a discapito della qualità, non ci si improvvisa attori. La dizione è una cosa seria e le mosse sul palco sono frutto di tanta esperienza, così come la mimica facciale. Ad esempio in questo spettacolo, di cui a Londra sta andando in scena un’altra piece di questo autore, si vive di mimica, di trucco caricaturale. Ma tutto è giocato, dagli abiti, alle atmosfere e la partecipazione del pubblico è totale. Bisogna sapere essere naturali fingendo la naturalità, nulla è lasciato al caso. Un giovane dietro alle quinte se assiste allo spettacolo se ne accorge perchè essere naturali non vuole dire niente, anche a casa si è naturali, ma non puoi essere a casa come in teatro».
La sua voce calda e avvolgente, dai toni pacati non sembra essere combiata, non si è abbassata, non ha perso il timbro...
«Oggi spesso ci impongono il microfono per i grandi teatri, una volta i teatri erano piccoli e avevano una buona acustica. Ho recitato Sciascia, Pereira, ho lavorato bene con Valeria Valeri in chiave ironica, ma anche nei testi solidi come Jonesco. Il vero attore è come un jolly, deve sapere fare tutto, un po’ come un vero giornalista...».
Ha fatto tanta tv. Cosa ne pensa di quella di oggi?
«Tutto il male possibile. Ostacola la cultura, ci vuole rendere ciechi socialmente. La cultura è sempre stata pericolosa. Meglio pensare agli affari, al computer, volgersi all’estero. Un tempo in Tv c’erano solo veri attori anche a fare Carosello come il mio spot su Dash. In tv si faceva prosa in diretta, un forte lavoro di memoria e di posizione, i cameramen collaboravano molto e anche i direttori alla luce. Oggi ci sono le telecamere fisse e i cameramen se ne stanno seduti in silenzio. Si lavorava di diframma. Questo sviluppa la voce».
Tutti ricordano nel 1955 il suo «Rosso e il nero» con Manfredi e Bonagura, anche dei suoi doppiaggi...
«Nel cinema ho doppiato David Niven e Trintignan, Bogart ne Il grande sonno, Il mistero del falco e Grandi tropici. Nel 1959 ho condotto Giallo Club, una bella trasmissione e ho presentato il Festival di San Remo con Enza Sampò. "Orgoglio" e "Incantesimo" sono andati molto bene. Da un po’ di anni prediligo la prosa, il teatro. Quando sono stanco mi rifugio nella campagna romana dove c’è mia moglie Laura Tavanti e mio figlio Fabio che anche lui fa l’attore».