Terrorismo, espulso dall’Italia l’imam di Torino

L’accusa: turba l’ordine pubblico ed è pericoloso per lo Stato. La moglie: «Ci hanno svegliato alle quattro del mattino. Non so più nulla di lui»

Simona Lorenzetti

da Torino

A metà degli anni Novanta si autoproclamò imam di Porta Palazzo, il quartiere multietnico di Torino. Fu il primo passo della lunga ascesa politica ed economica di Bouriqui Bouchta, 40 anni, originario di Khouriba, città al centro del Marocco e capoluogo dell’omonima regione. In questi anni ha sostenuto che la «Jihad rappresenta una lotta giusta e di autodifesa», all’indomani dell’attentato alle Torri gemelle difese pubblicamente Osama Bin Laden dicendo che non poteva essere stato lui il mandante di quella strage perché «ha lasciato ricchezza e vita facile per aiutare l’islam». E non si è fermato, nonostante lo sceicco nero avesse rivendicato quella disumana strage, quando già si piangevano i morti lui esternò che non piangeva: «Piangiamo solo i nostri fratelli musulmani». Era il 2001 e fu allora che la città di Torino e anche la comunità islamica iniziarono a voltargli le spalle. L’ascesa era terminata, per Bouriqui Bouchta cominciò così un isolamento che solo oggi, che non frequenta neanche più tanto la moschea e di fatto si è defilato, è percepibile. Ieri l’ultimo atto del declino. Bouriqui Bouchta, ex imam di Porta Palazzo, ex leader autoproclamatosi di una buona fetta della comunità islamica torinese, ex fomentatore di piazze, ex personaggio mediatico, rinnegato dagli islamici moderati, è stata espulso dall’Italia. Cacciato via dal nostro Paese perché considerato persona non gradita, un personaggio che mette a repentaglio l’ordine pubblico e la sicurezza del nostro Paese. Il provvedimento è stato emesso dal ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu nei giorni scorsi. Poco meno di una pagina dattiloscritta nella quale a Bouctha si contesta «grave turbamento dell’ordine pubblico e pericolo per la sicurezza dello stato» e ancora proselitismo e la vicinanza a ambienti radicali.
La Digos, lunedì notte, ha bussato alla porta di casa dell’imam che erano le quattro del mattino. Nessun atto di forza, l’abitazione non è stata perquisita. Lo dicono anche i figli. «Stavamo dormendo - spiegano la moglie e il figlio maggiore di 14 anni - quando è arrivata la polizia. Hanno detto a papà che doveva seguirli e hanno chiesto i suoi documenti. Lui ci ha detto di stare tranquilli, ci ha detto dove aveva lasciato le chiavi della macelleria e di aprire regolarmente. Così ho fatto». Bouchta è stata accompagnato all’ufficio immigrazione della questura, dove gli hanno revocato il permesso di soggiorno. In mattinata è stato poi accompagnato all’aeroporto di Malpensa e lì, alle 10.30, imbarcato sul primo volo in partenza per la sua madre patria, il Marocco «Non ci hanno detto niente - racconta la moglie - si sono limitati a portarlo via e poi più nulla. Nessuno ci ha informati dell’espulsione, lo abbiamo saputo dai media. Non sappiamo ancora cosa faremo, se lo raggiungeremo. Mio cognato ha preso contatti con l’avvocato. Siamo sereni, mio marito non ha fatto nulla». Bouriqui Bouchta era rientrato dal Marocco due settimana fa. Aveva trascorso il mese d’agosto al mare con la famiglia ad Al Jadida, dove secondo i ben informati, lui avrebbe investito gran parte dei soldi guadagnati in Italia in ski jet, la sua assicurazione per il futuro.
È arrivato in Italia nel 1991 ed è diventato famoso quando riuscì a trascinare in piazza 5mila persone per sostenere il diritto delle donne musulmane di indossare il chador sulle fototessera dei documenti. La sua è stata anche un’ascesa economica, alla prima macelleria a Porta Palazzo se ne sono aggiunte altre e il venerdì proclamava in moschea il Corano a migliaia di persone. Un personaggio spesso controverso e per nulla sottovalutato dalle forze dell’ordine, servizi segreti in testa. Già cinque anni fa nei rapporti dell’intelligence il nome dell’imam veniva collegato ad altri personaggi tenuti sotto stretta osservazione. Come Musa Abu Marzuk, definito all’epoca, capo dell’ufficio politico di Hamas. I due avrebbero tenuto contatti attraverso una sorta di associazione di mutuo soccorso islamica. Ma Bouchta sarebbe andato oltre e avrebbe avuto stretti rapporti con le milizie musulmane impegnate nel conflitto bosniaco. «Agitatore», lo hanno definito al Viminale. Anche la sua visita a Bagdad non deve essere piaciuta molto.