Tessuti e dipinti narrano i vecchi riti di Hopi e Navajo

Marta Bravi

«Nel mese di agosto quando devono arrivare i temporali, i serpenti vengono catturati vivi nel deserto nel corso di una cerimonia che a Walpi dura sedici giorni; quindi sono custoditi dai capi del clan dell’antilope e del serpente nella camera sotterranea, la kiva, dove vengono sottoposti a riti particolari, il più significativo dei quali - e il più stupefacente per i bianchi - è il loro lavacro. Il serpente viene trattato come un iniziando ai misteri, e nonostante la sua riluttanza, immerso con la testa nell’acqua consacrata in cui sono sciolte sostanza medicamentose». Questo scriveva Aby Warburg, fondatore dell’iconologia, nel suo saggio «Il rituale del serpente» nel 1923, testimonianza del viaggio nei paesi dell’Ovest. La stessa magia si respira nella galleria Nader in via Santa Marta 10, dove sono esposti, per la prima volta in Italia, rari tessuti Navajo e statuette Hopi, le Katzina, il più raro esempio di arte nativa americana. Sono gli stessi indiani, gli Hopi, che praticano ancora adesso la danza del serpente, propiziatoria della pioggia, e che viene preceduta dal rituale descritto da Warburg. Così come propiziatorie sono le sette katsina, create tra il 1880 e il 1920, statuette intagliate nella radice della piante del cotone e dipinte con colori naturali. Incarnazioni degli spiriti della natura, degli animali, delle acque e della morte, che richiamano anche nelle decorazioni, nei colori, negli ornamenti. Durante le cerimonie propiziatorie gli uomini della tribù indossano gli stessi piumaggi e maschere delle katsine, perchè gli spiriti interpellati intercedano per l’uomo. Non solo, le statuette vengono usate dagli uomini per spiegare e illustrare ai proprio figli, raggiunti i dieci anni di età, il variegato mondo degli spiriti. Di circa due milioni e mezzo di Indiani sopravvissuti, gli Hopi, che vivono in villaggi di fango e paglia su tre Mesa, i tipici altipiani dell’Arizona, sono i più conservatori.
Preziosissime e dall’alto valore simbolico sono le stoffe Navajo esposte, tessuti di lana colorati ancora con terra, erbe e sostanza naturali, come vuole la tradizione, che racconta la Donna Ragno insegnò alle donne l’arte della tessitura. I motivi geometrici che affascinano per la resa prospettica che danno alle coperte, rappresentano quella che viene definita la «terza fase» (1860-70) della tessitura Navajo per la complessità dei motivi decorativi, che passano da semplici righe a veri e propri disegni dall’effetto optical. Le meravigliose coperte vengono indossate dai capi tribù durante le cerimonie.