Tfr, una riforma senza regole

Restano i dubbi sulle agevolazioni fiscali legate sulle pensioni integrative. Problemi anche per le famiglie: manca il fondo di colf e badanti. Neppure il sito del governo spiega come comportarsi e quale criterio seguire per scegliere a chi destinare la liquidazione

Milano - I lavoratori dipendenti hanno ricevuto insieme alla busta paga di dicembre un «allegato» in cui viene spiegato - tra commi, rimandi alle lettere «a» e «b», sigle del tipo «Dl» e «D. lgs» - che il 1° gennaio è scattata la rivoluzione del Tfr (Trattamento di fine rapporto). Ovvero, che entro il 30 giugno, si dovrà decidere a quale fondo di previdenza integrativa destinare il nuovo Tfr o se lasciarlo in azienda. Nel caso in cui il dipendente non sciogliesse la riserva, in base al meccanismo del silenzio-assenso, la nuova quota sarà destinata al fondo di previdenza della categoria a cui appartiene. Fin qui è tutto chiaro, o quasi. È inutile nascondere, comunque, che tra i circa 11 milioni di interessati alla «rivoluzione del Tfr» ansia e preoccupazioni non mancano. Sono ancora diversi, infatti, i problemi aperti che nemmeno un’attenta consultazione del sito www.tfr.gov.it riesce a risolvere. Per colf, baby sitter e badanti, a esempio, non c’è ancora un fondo di previdenza di categoria. A questo punto, come avviene nelle aziende, le famiglie dovranno spiegare alle proprie collaboratrici domestiche, in largo numero non italiane, cosa prevedono le nuove regole. «È un problema che va assolutamente affrontato», dicono alla Uiltuscs, il sindacato che ha sollevato il caso. E subito il ministro Paolo Ferrero ha sollecitato l’Inps affinché «costituisca il fondo presso cui possa confluire il Tfr inoptato per le categorie di lavoratrici e lavoratori per i quali non esistono i fondi pensione». A chiedere maggiore chiarezza sulla questione è anche Giampaolo Galli, direttore generale dell’Ania (l’associazione delle compagnie di assicurazione), in particolare sul destino del Tfr prima della scelta e le modalità di richiesta di un anticipo una volta che lo stesso Tfr è stato trasferito all’Inps.
Galli sottolinea, poi, una delle tante perplessità che cominciano ad affiorare: «Due o tre mesi di Tfr all’Inps aiutano i conti dello Stato, ma creano inquietudine». «Va bene giocare d’anticipo - aggiunge - ma si arriva tutti con il fiatone perché ancora non ci sono tutte le norme necessarie a far partire il sistema». E nel caso delle assicurazioni, ricorda Galli, «pesa la discriminante che la riforma introduce tra fondi aperti e fondi di categoria».
Intanto, tra i provvedimenti attuativi ancora non emanati figura il decreto che armonizza le regole dei fondi pensione preesistenti alla riforma Dini in modo da equipararli agli altri al fine di garantire la portabilità della posizione previdenziale dei lavoratori, cioè la possibilità di trasferire la posizione maturata in un fondo pensione ad altra forma di previdenza complementare. Resta anche da confermare il generoso trattamento fiscale (aspetto di non poco conto) delle forme di pensione integrativa. Cerchiamo ora, per quanto ci è possibile, di rispondere ad alcune delle domande più frequenti e di sciogliere qualche nodo. Innanzitutto va precisato che il Tfr maturato al 31 dicembre 2006 resta accantonato presso il datore di lavoro e sarà liquidato alla fine del rapporto con il meccanismo di rivalutazione standard pari al 75% dell’inflazione Istat più 1,50%: se, per esempio, l’inflazione annua fosse al 2%, la rivalutazione per quell’anno ammonterebbe al 3% (il 75% di 2% più l’1,50%). Entro il 30 giugno, come detto, il lavoratore dovrà decidere la destinazione del nuovo Tfr. Senza indicazioni, l’azienda trasferirà la nuova quota alla forma pensionistica collettiva di categoria. In questo modo il Tfr maturato anno per anno servirà a costruire una seconda pensione da affiancare a quella Inps. Ma se l’interessato indica, per iscritto, la volontà di destinare il nuovo Tfr nel fondo «Inps Tfr», tutti i versamenti saranno accumulati e rivalutati con lo stesso meccanismo che ha regolato il trattamento fino al 31 dicembre scorso. Questa seconda scelta consente sempre alla persona di disporre, in caso di pensionamento o di cessazione del rapporto, del 100% del capitale accumulato. Nel caso di trasferimento del Tfr a un fondo pensione o a un’altra forma di previdenza complementare, il dipendente riceverà fino a un massimo del 50% della posizione maturata in capitale e il resto in rendita (assegno integrativo alla pensione).
Cosa conviene fare? È bene che ognuno attui un esame della propria situazione contributiva, magari con l’aiuto di consulenti specializzati (il gruppo Assiteca, per esempio, ha lanciato un pacchetto di servizi studiati per supportare imprese e addetti attraverso il sito www.6sicuroprevidenza.it). In ogni caso, più il lavoratore è giovane e con pochi anni di attività alle spalle, più aumenta la convenienza a destinare il nuovo Tfr ai fondi pensione. E viceversa per i lavoratori vicini o comunque non troppo lontani dall’età pensionabile. E quando l’interessato muore prima di chiudere il rapporto con l’azienda? A beneficiare della somma accumulata, assicurano gli esperti, saranno gli eredi diretti.
(ha collaborato Ennio Montagnani)