«Top Dogs» di Widmer Quando i manager vanno in caduta libera

Lo scrittore svizzero: «La nostra società è un treno in corsa, attenti a scendere»

Ferruccio Gattuso

Di questi tempi, se il mondo del lavoro fosse una canzone rap, la parola «salario» farebbe rigorosamente rima baciata con «precario». La società è un treno in corsa sul binario più vicino, attenzione si prega di non attraversare la linea gialla: insomma, posto fisso addio.
L'intuizione dello svizzero Urs Widmer - autore di Top Dogs, in cartellone al Filodrammatici per la regia di Massimo Navone - è stata quella di applicare le categorie dello psicodramma lavorativo all'interno di una casta che, fino a poco tempo fa, appariva immune dai patemi della precarietà.
Guardateli bene, sono i Top Manager, qualcosa di simile ai Top Gun di californiana memoria: alla tuta da pilota preferiscono le camice a righe col colletto bianco, alle bretelle da paracadute, quelle old style, da distendere coi pollici, con aria soddisfatta, nelle riunioni di brainstorming. Sfrecciano nei cieli della finanza e dell'economia con la stesso piglio di Tom Cruise aviatore hollywoodiano: ma che succede quando il lavoro evapora? Si diventa, per l'appunto «manager in caduta libera»: e l'adagio è noto a tutti, più si sale, più l'impatto a terra fa male.
La pièce di Widmer è esattamente questo: una serie di racconti, monologhi e dialoghi, nati da una serie di interviste a manager caduti nella polvere. In quel della Svizzera, che per molti può sembrare un'isola felice, addirittura noiosa, per cronica assenza di colpi di scena: e invece, smentendo Orson Welles e la sua teoria sprezzante degli orologi a cucù, pare che gli svizzeri abbiano anche imparato ad affinare l'arte del licenziamento.
«Erano i primi anni Novanta - spiega il regista Massimo Navone - e Urs Widmer notò la particolarità psicologica di questi uomini e donne abituati a pensarsi come vincenti, a strutturare la propria personalità come inserita saldamente nel mondo del lavoro. La perdita dell'impiego viene vissuta dai manager come un caos psicologico: spesso scoprono di aver trascurato qualsiasi elemento esterno al lavoro, a cominciare dalla sfera affettiva. Si ritrovano soli. Insomma, sono stati i soldati più fedeli mandati per il mondo a combattere con numeri e parole sempre più privi di significato in nome delle loro multinazionali, e ora non sanno che fare».
Un'opera che è un canto inquieto contro la globalizzazione e la modernità? «Non penso che sia così - prosegue Navone -. Anch'io ritengo che il posto fisso sia una cosa appartenente al passato. Nell'evoluzione delle cose c'è l'alternanza dei lavori, la riqualificazione professionale. Poi, ovviamente, ci sono sempre gli interessi sopra le teste dei lavoratori, e per questo confido in un controllo democratico sulle decisioni che vengono prese. Ma la logica dell'impiego fisso, dall'assunzione alla bara, è obiettivamente controproducente».
Al teatro, il compito di evocare inquietudini, e suggerire qualche riflessione. In uno scenario scarno, dove a cambiare sono solo le luci e i volti dei Top Manager trasformati in Top Dogs, scorrono storie e realtà che si trasformano in metafore.
«Si parla di lavoro precario - spiega Navone - ma anche di solitudine, di egoismo. Il luogo è un ufficio, nel quale i manager dovrebbero spiegarsi e riqualificarsi professionalmente. Tutto, invece, comincia ad apparire come una riunione di alcolisti anonimi, drogati di lavoro, uno di quei gruppi di autocoscienza. L'atmosfera è ironica, a tratti comica, ma anche caustica e grottesca. Il pubblico esce divertito dallo spettacolo, ma c'è anche un filo di sgomento».