Traffico e pochi parchi: Milano non è per bimbi

L’INCHIESTA Dopo il dramma di via Solari. Per psicologi, educatori e architetti la città deve cambiare «Pochi spazi dedicati ai piccoli, si va via appena possibile»

Allarmi! Allarmi! La romanza del Trovatore avrebbe intonato Luciano Pavarotti ai funerali del dodicenne Giacomo Scalmani. Allarmi per Milano, una città che non si è mai curata d’essere a misura di bambino. Un nucleo abitativo che non si pone il problema di organizzarsi in base alle esigenze di un cucciolo non è comunità umana. E’ giugla, benché il suo ordine lo presenti sotto mentite spoglie che lo portano a libare in sciocchi bridisi in nome di una fasulla modernità. La morte di Giacomo squilla come un «campanello d’allarme» per molti.
Per lo scrittore Stefano Zecchi. Con il suo bimbo di sette anni sperimenta il pericolo tutti i giorni. «Toccate il mio nervo scoperto - esordisce -. La città è terrorizzante, ogni volta che esco con mio figlio, ho paura per lui. Di recente sono stato investito da un pirata della bicicletta sul marciapiede. Per fortuna sono corpulento, ma il mio primo pensiero è stato: se al mio posto ci fosse stato il bambino?».
Secondo Zecchi il problema è d’ordine amministrativo. Nessuna giunta ha mai fatto nulla per trasformare la metropoli degli adulti in un nido di rispetto per i bimbi. «Affrontare il problema non è semplice, ma urge farlo. Non possiamo avere parchi diventati gabinetti per cani e gatti, spazi dall’ampio respiro architettonico intasati dal traffico. Ci lamentiamo che a Milano non nascano bambini. Dove li fai andare? Li tieni in casa in attesa del fine settimana per portarli via da qui. Se puoi. Terribile».
Di «coincidenze terribili» parla anche Fulvio Scaparro intorno alla morte di Scalmani. «Non possiamo esigere che questi fatti non si verifichino, ma si deve ridurre al massimo il rischio che accadano. Da ora!» ammonisce lo psicoterapeuta che si occupa di problematiche legate a un disagio famigliare causato dal virus dello stress metropolitano. Si pone una data: 2020. «Mi auguro che sia il traguardo per raggiungere un centro con un’adeguata riforma della viabilità e con una dimensione sociale matura». Due le parole d’ordine: educazione e vigilanza. «Una stretta vigilanza per impedire il parcheggio in tripla fila. Segnaletiche sulle piste ciclabili. Casco per i ciclisti. Aree pedonali allargate. Sviluppo del mezzo pubblico. Parcheggi subito fuori dalle porte. Orari ridotti e stabiliti per il carico e lo scarico. Prima si spiegano i frutti di un uso limitato dell’automobile - anche i residenti devono prenderla meno - e poi lo si impone, appellandosi all’intelligenza della cittadinanza».
Intelligenza: ovvero consapevolezza che il prestigio non sta nel possesso di una cosa, ma nel sogno di costruire una metropoli a misura d’uomo. Di bambino. «Ci si sente forti se si esibiscono i simboli del lusso. Possibile che si vada a fare la spesa in Ferrari o Maseratti? E’ incredibile il numero di Suv che circolano. Chi ci abita qui? Tutti Indiana Jones che cercano avventure nel deserto? Una vergogna. Più la macchina è piccola, maggiore è il rispetto per la salute del prossimo. E’ necessario maturare dentro per un mondo migliore fuori».
In questo «fuori» sta la chiave del problema per lo psicologo Andrea Calò. «Di contesti protetti ben strutturati per piccoli Milano abbonda, ma se esci da lì il bimbo entra in una terra selvaggia. I genitori lo educano a una politica del terrore. Fuori dal contesto protetto c’è il nemico. Cosa si instilla nel ragazzo? Individualismo, quindi non solo non siamo cittadini aperti di una città o di un Paese aperto, ma creiamo futuri cittadini incapaci di libertà, responsabilità e autonomia». Le mattine di Calò sono dedicate agli adolescenti delle scuole. Cosa vede? «Non sanno cosa significhi convivenza, rispetto, senso civico, ovvero sono incapaci di interagire con l’altro che è sempre un pericolo. Noi non siamo milanesi, siamo montanari. Un saggio diceva: quando si è di fronte a un conflitto dare la colpa all’altro è stupidità. Incolpare se stessi è pensiero evoluto. Dare la colpa ad entrambi è la via della saggezza. Giacomo è morto perché la colpa è di tutti: la colpa di pensare prima a se stessi e poi a chi ci sta vicino».
Caos. Traffico pirata. Responsabilità civile pari allo zero. «Mi chiedete se Milano è a misura di bambino? Per noi i bambini non esistono. Sono degli alieni» esordisce l’architetto Gianni Ravelli. Aggiunge: «Gli spazi dedicati a loro sono ridotti. Le piste ciclabili sono il regno delle automobili, perché non è sufficiente tracciarle, bisogna pensarle con rigore. Dov’è un parco che sia organizzato solo per loro? Non c’è. I genitori si preoccupano di portarli in piscina o in palestra, ma perché non si preoccupano di raggiungere la costruzione di un luogo aperto dove siano liberi di giocare, di correre, di essere semplicemente bambini senza una rete di protezione che li soffochi? Dov’è il verde, un cinema, un teatro, un museo adeguato ai cuccioli? Nemmeno i marciapiedi sono a misura di esseri piccoli: quando esco con il cane non passa nemmeno lui tra un paraurti e l’altro! Siamo convinti che una città sia per gli adulti, perché i grandi sono i migliori. No, i migliori sono i bimbi e se non guardiamo a loro, peggiori saremo sempre anche noi». Milano quasi romantica, scrivevamo giorni fa. Quasi, perché c’è un mostro: il non amore del cittadino per la città. Città. Non casa. E’ un’altra cosa.