TRAPPOLONE PER IL CETO MEDIO

In questa campagna elettorale, nervosa come ogni contesa che si rispetti, c’è un elemento che conforta. Negli ultimi giorni il dibattito politico si è finalmente spostato su un tema concreto, anzi concretissimo: le tasse sui risparmi degli italiani. La coalizione di centrodestra, sin dalla sua nascita, ha fatto della riduzione fiscale un suo cavallo di battaglia. I vincoli di bilancio e una certa prudenza nel tagliare la spesa, unica possibilità per finanziare meno tasse, hanno smorzato il carattere fiscale dell’esecutivo.
Un tale principio, da Stato minimo, non è nel dna del centrosinistra. Che però ha voluto giocare la carta della riduzione del cuneo fiscale: la differenza tra quanto un datore di lavoro paga al proprio dipendente e quanto quest’ultimo riceve in busta paga. L’adesione di Prodi&co a un tema tipicamente di centrodestra nasce da una sorta di «pace tra lavoro e capitale». L’idea di base non è rendere meno invasivo lo Stato, ma spostare i pesi dell’imposizione: dal lavoro fisso e garantito, appunto, al capitale. E precisamente dal lavoro dipendente, effettivamente supertassato, ai cosiddetti rentiers.
L’Italia però oltre ad essere, sulla carta, una Repubblica fondata sul lavoro, è, nella realtà, una Repubblica fondata sul risparmio. Esso rappresenta il cuscinetto per i momenti di crisi e la sua accumulazione, spesso in forma di immobili, è una componente fondamentale della «sicurezza sociale». Si tratta di nervi vitali, da maneggiare con cura.
Metà dei 5 miliardi di sgravi sul lavoro chiesti dall’Unione dovrebbero essere recuperati con maggiori imposte: sulle rendite finanziarie e sui patrimoni. Nel primo caso con l’aumento delle tasse sui capital gain e sugli interessi dei titoli di Stato e nel secondo caso rintroducendo le tasse su successioni e donazioni. È chiaro?
Il progetto è talmente svelato nei principi e impreciso nella sua effettiva esecuzione, che spaventa, come notava ieri anche Il Sole 24 Ore, mercati e risparmiatori. Quando Prodi, come è successo ieri, racconta che verrà reintrodotta la tassa di successione, «ma solo per le grandi fortune», nessuno ci crede (e quando una «fortuna» diventa «grande»?). In ogni caso le grandi fortune sono esattamente quelle che non hanno mai pagato le tasse di successione, perché fornite dei mezzi tecnici e giuridici per occultarle. È evidente che «la pace tra capitale e lavoro» è pensata dall’Unione come sintesi di maggiore pressione fiscale per il ceto medio. Così come quando Prodi e l’Unione si schermisce sostenendo che la tassazione sulle rendite finanziarie, oggi al 12,5%, è troppo bassa e che tale verrà mantenuta solo per i più disagiati, nessuno ci crede. L’inasprimento della tassazione non è stato ancora introdotto che l’intera comunità finanziaria ha già decretato l’impossibilità tecnica di una tale suddivisione. Il sottoscrittore non agiato di un fondo comune di investimento che compra azioni e obbligazioni, a quale imposizione verrà sottoposto? Non è dato sapere.
Gli italiani sulle tasse ricordano purtroppo almeno tre incubi, che non riescono a scordare. Giuliano Amato che in una notte d’estate mise le mani sui nostri conti correnti, indipendentemente dal reddito o patrimonio. Romano Prodi che si inventò l’eurotassa e Vincenzo Visco che ci fece digerire l’assurdo dell’Irap. In tutti i casi con la giustificazione dello «stato emergenziale» in cui si trovavano i nostri conti. Esattamente quanto l’Unione sta dicendo oggi della nostra condizione di finanza pubblica. Che si stiano preparando il terreno?