A Trezzano la più grande ditta per la produzione di mani «cornute», gobbetti, quadrifogli, ferri di cavallo, numeri fortunati, gufi e civette La scaramanzia parla in milanese

Tra le ordinazioni più curiose le corna nere volute dalla Lamborghini: rosse avrebbero ricordato la Ferrari

Siamo sinceri. Chi non prova un moto di contrarietà se il sale si rovescia sulla tavola o se un gatto nero ci attraversa la strada? Chi non viene assalito da timori o da speranze di fronte a un numero come il 13 o il 17?
La superstizione è vecchia come il mondo e in Italia continua ad avere, se pensiamo al lotto e alla popolarità dei maghi e veggenti televisivi, una non trascurabile rilevanza sociale. Molti tuttavia si vergognano di confessare un atteggiamento che fa parte della stessa natura umana. Non c’è nulla di male a sperare che qualche oggetto scaramantico porti fortuna o migliori le cose.
A coloro che ritengono che la superstizione sia una manifestazione, puerile, se non di stupidità vera e propria (ma magari incrociano le dita se devono affrontare una scelta) ricordiamo il famoso titolo di un film con i tre fratelli De Filippo: «Non è vero... ma ci credo» o la famosa battuta di Eduardo: «Essere superstizioso è sintomo d’ignoranza, ma non esserlo porta male».
Le leggende legate agli amuleti portafortuna, risalgono a tempi antichissimi. Per il popolarissimo cornetto, si deve risalire nientemeno che al 6000 avanti Cristo nel periodo neolitico, quando il toro era simbolo di forza, di fecondità. E il ferro di cavallo? Forse perché una volta il ferro era considerato un metallo prezioso, da cui l’espressione «toccare ferro». Per altri invece la forma del ferro di cavallo ricorda la «C» di Cristo, per altri la mezzaluna o le corna del diavolo.
Controverso è poi il fatto se le punte vanno poste verso il basso o l’alto. «Si tratta di pure ipotesi, spesso frutto della fantasia o dell’immaginazione» spiega Claudio Predan, che con il padre Renato, è proprietario di una piccola fabbrica a Trezzano sul Naviglio, alle porte di Milano, la più famosa, per non dire l’unica nel mondo, per la produzione di oggetti portafortuna. Il singolare primato milanese nelle corna dimostra ancora una volta come l’ingegnosità dei nostri connazionali sia sorprendente e senza confini.
Trasferitosi a Milano dal Friuli con la famiglia, negli anni ’60, Renato Predan, alla chiusura della ditta di oggettistica nella quale lavorava nel 1981, ne rilevò un settore della produzione: appunto quella degli amuleti. Un’idea vincente. Gli affari sono da allora cresciuti e i Predan esportano anche in Giappone e Australia.
«In Italia - dice il fondatore - i cornetti sono gli amuleti maggiormente richiesti. I meno costosi sono fatti in polistirolo, poi ci sono quelli in metallo e - i più preziosi - in resina fenolica, lo stesso materiale usato per le palle da biliardo che richiede una lavorazione a mano di giorni. Fabbrichiamo ogni oggetto portafortuna: i gobbetti, il quadrifoglio, il numero 13 (negli Stati Uniti considerato negativo), la mano cornuta, il ferro di cavallo, il gufo e la civetta, molto richiesta in Francia. La nostra produzione comprende anche portachiavi, porta soldi, gemelli da polso, oggetti che spediamo in ogni parte del mondo».
Ma la superstizione continua a essere più diffusa nelle zone meridionali d’Italia, tradizionalmente più povere?
«Negli ultimi vent’anni - risponde Claudio Predan - nell’Italia settentrionale si registra un aumento delle vendite. I nostri grossisti - noi non vendiamo direttamente al pubblico - ci segnalano un sensibile aumento delle vendite al Nord. Molti personaggi famosi non trascurano la scaramanzia: Pippo Baudo, Fabrizio Frizzi, Ezio Greggio, Emilio Fede, Vittorio Feltri, la moglie dello stilista Roberto Cavalli. Dolce & Gabbana li comprano per regalarli, Moschino intende fare una linea che riproduce cornetti sui jeans. Poi ci molti uomini politici che non vogliono farlo sapere... Esistono persino dei gioielli preziosi a forma di amuleto».
E se le chiedessimo un episodio curioso?
«Tempo fa la Lamborghini ci chiamò per ordinarci una serie di corni, ma li voleva neri, poiché il rosso era il colore della rivale Ferrari. L’ordine è stato eseguito. Credo siano gli unici corni neri della storia».