Alla Triennale tutto il male in bella mostra

Vietata ai minori di 14 anni l’esposizione fotografica di "immagini
inquietanti" da tutto il mondo. Scatti su ossessioni e vittime di abusi.
Così Celant e gli artisti riportano in scena l’angoscia-spettacolo

Dacci oggi la nostra inquietudine quotidiana. Di fronte alla somministrazione mediatica dell’orrore, il caso Avetrana docet, dove la spettacolarizzazione del dramma anestetizza la realtà e stimola il voyeurismo, quale può essere il ruolo dell’arte? Ovvero, ha ancora senso per l’arte utilizzare il raccapriccio come tematica in grado di suscitare emozione/riflessione, nella civiltà del reality dove Youtube e la cronaca televisiva hanno da tempo abbattuto ogni limite tra pubblico e privato? Prova a darci una risposta una mostra che inaugura oggi in Triennale e che, a scanso di equivoci, è vietata ai minori di 14 anni. «Disquieting Images», immagini inquietanti, è l’inequivocabile titolo di questa esposizione fotografica curata da Germano Celant e Melissa Harris che mette in scena un florilegio di crudezze d’ogni sorta, provenienti ora da reportage dalle zone di guerra, ora dall’intimità delle più cupe nevrosi metropolitane. Sotto la lente dell’obbiettivo di fotografi e fotoartisti, l’etologia del male nelle sue forme più variegate, dalla violenza domestica agli abusi sugli animali, dall’iconografia delle perversioni allo stravolgimento ecologico, fino alle vittime dimenticate dei conflitti che portano impressi sulla carne i segni indelebili della sofferenza. Sono immagini che provengono da tutte le parti del mondo, dall’Iraq al Texas, dal Giappone al Vietnam, dall’Africa ad Haiti, dal Rwanda all’Afganistan, e riguardano tanto le metropoli quanto i piccoli centri urbani, come San Francisco, New York, Palermo, London, Provincetown, Emeryville o Seattle. I curatori hanno voluto prendere in esame un lasso di tempo che va dal 1970 ad oggi e tra gli artisti figurano alcune tra le maggiori star contemporanee della fotografia, da Robert Mapplethorpe a Nan Goldin, da Alfredo Jaar al sudafricano Pieter Hugo. Filo conduttore della mostra, l’inquietudine appunto, reazione controversa e di difficile misurazione, evocata dagli artisti attraverso la narrazione di fatti ineluttabili oppure semplicemente dalla testimonianza di una condizione minacciosa in procinto di manifestare i suoi effetti devastanti tra le pareti di una stanza spoglia, dove un uomo di mezza età si abbandona alla consolazione della propria sexy doll. Al di là della qualità degli artisti, resta da definire quanto abbia da aggiungere l’angoscia come forma di spettacolarizzazione museale non soltanto al quotidiano reality della violenza ma anche, e forse soprattutto, all’arte: che nella sfida al comune senso di inquietudine ebbe il suo apice alla metà degli anni Sessanta con le orge dionisiache degli azionisti viennesi i quali nelle loro performance non rinunciavano, a rischio di condanne penali, al sacrificio di animali. E che dire degli happening dei body artist o delle foto del movimento post human, dove il corpo perde ogni sacralità per divenire territorio di sperimentazioni al limite del sadismo, tra impianti, protesi, simbiosi fra corpo e nuove tecnologie, realtà virtuale. In quegli anni l’arte generava, sì, inquietudine, ben descritta e nobilitata dalla teorica Lea Vergine come «perdita di identità, rifiuto del prevalere del senso della realtà sulla sfera emozionale, romantica ribellione alla dipendenza da qualcuno o da qualcosa, tenerezza come meta mancata e quindi frustrante; assenza (con l'angoscia che ne deriva) di una forma adulta». Ma oggi, tra le videocronache delle esecuzioni di camorra davanti ai passanti indifferenti e le gite turistiche sul pozzo di Avetrana, l’arte può ancora angosciare e fregiarsi di quel (anacronistico) «vietato ai minori»?