Il trionfo dei libertari Usa: una lezione anche per l’Italia

La sconfitta di Obama suggerisce tre spunti che potremmo utilizzare per casa nostra. Vediamoli.
1. La vittoria dei parvenu. Le elezioni sono state decise dal nuovo movimento dei Tea party. L’idea nuova della politica americana è la più vecchia del mondo: non permettere allo Stato di allargarsi e ridurre al minimo i quattrini che si prelevano dalle tasche dei cittadini. Nel pieno di una grave crisi economica, di un mercato del lavoro che ha circa il 10 per cento della popolazione senza fisso impiego, ritorna a galla (...)
(...) il mantra del liberalismo classico. Certo con importanti novità, diciamo così, ideologiche. Il movimento dei libertari economisti americani non si può certo inserire nell’idea tipica del free trade, del libero commercio: la Cina è vissuta come uno spettro e la concorrenza tra le merci prodotte in diverse nazioni dovrebbe essere controllata. Ciò che importa è che lo spirito americano nel momento della difficoltà economica chiede meno Stato e non già più interventi. Praticamente tutti i grandi media del mondo hanno ironizzato su questo movimento politico. Mentre oggi si affrettano a spiegarcene le più segrete motivazioni. La realtà è che i Tea party rappresentano un gigantesco schiaffo all’establishment americano: non si ritrovano nel politicamente corretto dei liberal, e non sopportano le lobby e le grandi corporation dei repubblicani. Materia dunque incomprensibile per i grandi giornali borghesi. È il cigno nero, l’imprevedibile che Taleb ha usato per spiegare la crisi dei subprime e che ora può essere adottato per la crisi dei tradizionali partiti americani. Si tratta di una nuova classe dirigente che un Paese sano sa costruire con il passare delle generazioni. I Tea party sono un movimento popolare che non nasce nel Congresso, ma nella società americana. E al tempo stesso non ha l’urto dirompente di una forza anti-sistema, ma la placida condivisione di un ideale di libertà politica ed economica dei padri fondatori. Se ci si permette di confondere il sacro con il profano: la spinta della prima esperienza berlusconiana, quella del 1994, questo era. E più si allontana da questa constituency originaria e più è destinata a perdere forza popolare. Probabilmente il processo è irreversibile: il tempo inevitabilmente corrompe lo sprint.
2. Aveva ragione Buchanan. Come spesso avviene agli economisti che contano, si dà loro un premio Nobel per poi metterli in soffitta. È la sorte della teoria della scelta pubblica di James Buchanan. Eppure sono ormai anni che nessuno segue il buon senso, codificato nelle sue teorie. Banalizzando potremmo dire che il dente conviene toglierselo subito e non aspettare che marcisca. Insomma i governi devono fare le riforme, soprattutto le più impopolari (il che non vuol automaticamente dire le più giuste) all’inizio della loro presa di potere.
La presidenza Obama si è data subito da fare: in un paio d’anni ha portato a casa la riforma della Sanità e quella di Wall Street. Non entriamo nel merito della bontà di queste manovre: tutta da dimostrare. Ci limitiamo ad osservare che le due riforme gli sono costate le elezioni di Midterm. È una grande lezione. Chi vuole governare un Paese e non gestire il quotidiano non può temporeggiare sulle riforme: se le deve togliere di mezzo subito anche a costo di vedere eroso il proprio consenso. Ne pagherà le conseguenze elettorali nel breve, ma ha una chance di giocare una partita nel lungo periodo. Oltre che nell’interesse di una nazione mettere subito mano alle riforme strutturali è nell’interesse anche della politica. Rompere gli interessi costituiti ha un costo che va decrescendo rispetto al momento in cui si fa. E dalle nostre parti è impensabile riformare giustizia, mercato, lavoro, pensioni e liberalizzazioni (solo per citare alcuni punti dell’agenda liberale) in corso avanzato di mandato. Il rischio di non fare le riforme è che il patrimonio elettorale non si consumi a causa dell’impopolarità, ma per l’immobilismo.
3. Votare è democratico. L’idea che in certi momenti, ad esempio durante una grave crisi economica, sia pericoloso andare al voto è una grande balla. Il sistema costituzionale americano prevede dalla fine dell’800 una sorta di sondaggio sull’operato del proprio presidente ogni due anni. Verifiche che nella gran parte dei casi sono andate male per la Casa Bianca. Nessuno scandalo e poche grida sull’indebolimento di Obama: nessuno mette in dubbio la tenuta degli States nonostante da oggi in poi tutto sarà più difficile per il presidente in carica. È ovvio che si parla di un sistema in cui le regole sono fissate prima della partita e nel quale ci siano poteri forti che hanno la possibilità di incidere nella carne viva delle scelte. Un meccanismo esecutivo che funzioni, nel senso che scelga e faccia, necessita dunque di due fondamentali prerogative: la forza decisionale dell’esecutivo e la sua sottimissione continua allo scrutinio elettorale. Lo scandalo, dalle nostre parti, non ha tanto a che vedere con il continuo ricorso alle urne, ma con l’impossibilità tecnica che hanno gli esecutivi di comandare le scelte.