TROPPI GRILLI PER LA TESTA

Anni fa, Renzo Arbore, a chi gli aveva chiesto una definizione del cretino, rispose: «Il cretino è quello che porta l’orologio sul polsino della camicia perché non ha capito qual è la differenza tra possedere una Fiat e possedere la Fiat». Ora, senza che ovviamente ci sia un legame tra le due cose, sarebbe quanto mai utile dare una definizione di Beppe Grillo. Perché cominciano ad essere un po’ troppe le imitazioni e c’è il rischio reale che venga usato impropriamente. Proprio come l’orologio dell’Avvocato. Insomma, è triste un Paese che ha bisogno di eroi; ma ancora più triste è quella Nazione che sente il bisogno di cretini. E adesso cominciano ad essere troppi quelli che, per farla sventolare, soffiano sulla bandiera dell’«antipolitica» affascinati dalle prediche in rete e in piazza del comico genovese.

Nelle pagine di questo numero del Giornale vi raccontiamo alcuni episodi che, messi tutti assieme, costringono a riflettere sui mali ai quali andremo incontro demonizzando la politica e i politici, come sta avvenendo in questo periodo. Per dirla come la casalinga di Voghera, per gettare l’acqua sporca c’è il rischio di buttare via pure il bambino. Che nel nostro caso è appunto la politica, l’unico motore possibile per far marciare la democrazia.

Questo giornale è stato il primo a denunciare gli sprechi e le arroganze di molti leader di partito e di tanti semplici amministratori pubblici. A cominciare da quell’inchiesta memorabile che fu «affittopoli», come ha ricordato Maurizio Belpietro nel lasciare la direzione di via Negri, i primi schiaffi alla cosiddetta casta sono partiti proprio da queste pagine. Abbiamo raccontato il torbido di alcune vicende come Telekom Serbia e gli affari poco chiari di Unipol. E abbiamo sbattuto in prima pagina le liquidazioni milionarie (in euro, ovviamente) di chi come il signor Cimoli in Alitalia e Ferrovie dello Stato non ci risulta abbia ottenuto successi particolarmente invidiabili. Tra gli ultimi scoop, i bond locali. E lo scandalo delle carceri abbandonate, roba di ieri l’altro.

È fin troppo evidente che la politica del malaffare, del sopruso, dell’ingiustizia poco ci piace. È nel nostro Dna. Ma da qui ad allargare la forbici per tagliare via tutto, no! Che il ministro Mastella usi un volo di Stato per andare a vedere il Gran Premio di Monza ci pare almeno incivile. Ma è civiltà se il Mastella di cui sopra, la settimana dopo, va negli Stati Uniti ed è costretto a sottolineare d’aver pagato di tasca propria i biglietti nel timore di dover incassare altre accuse?
Certo che non ci piace l’uso scriteriato delle auto blu, ma è normale un Paese dove i «grilli» spuntati qua e là vorrebbero prendere d’assalto la prima berlina di rappresentanza che passa? Come se fosse a causa di quelle auto blu che tutti noi dobbiamo tirare un po’ la cinghia. Un clima folle da caccia alle streghe è proprio quello che non ci serve per far crescere il Paese.

La «casta» esiste, eccome. Ma non sempre la politica è la «casta». E la storia insegna che quelli che lanciarono le monetine a Craxi ancora se ne pentono.