Truffe, ecco come ci rubano i risparmi rovistando nei rifiuti

Un uomo per due mesi ha prelevato denaro con i codici trovati nella spazzatura di un ignaro cittadino. Ma
perfino da una lettera d’amore si possono ricavare
informazioni "pericolose"

Chissà quante volte appollottoliamo un estratto bancario o una ricevuta fiscale e li buttiamo nel cestino della spazzatura. E ognuna di queste volte forniamo un assist al ladro di identità che si aggira per i cassonetti dell'immondizia. Perché proprio l'immondizia è una delle fonti principali cui attinge chi vuol rubare i nostri dati personali per realizzare una frode.

L'ultimo esempio di quello che viene definito trashing o bin rading è avvenuto a Genova. Vincenzo Sportiello, di 57 anni, per due mesi ha mangiato, dormito e prelevato denaro in banca a suo piacimento. Peccato che il conto corrente utilizzato non fosse il suo. E come avrebbe fatto a usufruirne? Semplice, rovistando nei cassonetti dell'immondizia. Perché ogni giorno, i dettagli che pensiamo poco importanti, come vecchie bollette, documenti assicurativi e bancari, comunicazioni postali, lettere personali sono latrici di informazioni personali in realtà importantissime. Soprattutto per i malviventi.
Sul fenomeno del trashing si è espresso anche il garante della privacy predicando maggiore attenzione: «Le lettere d'amore, le bollette, gli estratti conto, le confezioni di medicinali che decidiamo di buttare nei nostri rifiuti non devono finire nelle mani di chiunque o essere esposti a sguardi indiscreti». Nome, cognome, numero di telefono, indirizzo, codici di sicurezza: in possesso di queste informazioni, il malvivente può aprire un conto bancario, emettere assegni e prosciugare il conto corrente, scrivere alla filiale e modificare l'indirizzo di spedizione delle comunicazioni, richiedere carte di credito e aprire un conto telefonico.

«Il ladro va a rovistare soprattutto nei cassonetti vicino agli uffici pubblici o alle banche - spiega Pietro Giordano, segretario vicario di Adiconsum - poi va all'estero in Paesi come l'Ucraina dove i controlli bancari sono minori e accende mutui o attiva prestiti». Il tutto, continua Giordano, «dopo aver creato un documento falso, magari avvalendosi delle foto che si trovano su Internet». Del fenomeno si era già occupato nel 2005 il Rissc (Centro di ricerche e studi in tema di criminalità e sicurezza) con uno studio condotto a Schio, nei pressi di Vicenza. Il progetto denominato Identity Trash, cioè «pattumiera di identità», aveva esaminato immondizie di 954 famiglie e 172 aziende cercando di dimostrare come fosse facile impossessarsi dei dati personali delle persone. E ci era riuscito in pieno dal momento che, esaminando due tonnellate di spazzatura, erano stati riscontrati, in più del 42% dei sacchetti analizzati, in media sette documenti significativi per ogni sacchetto.

Il rapporto 2010 dell'Osservatorio Permanente sul furto d'identità mette in luce come il fenomeno sia cresciuto in maniera allarmante. E a ciò si aggiunge una mancata percezione dei rischi da parte del consumatore. Secondo un sondaggio realizzato da Adiconsum, oltre il 60% degli intervistati non conosce il problema e il 55% non sa come proteggersi. Inoltre, quasi una persona su quattro è vittima del trashing per un danno medio di 350 euro. E solo il 58% dei consumatori distrugge i dati sensibili in suo possesso. I più colpiti sono i consumatori con età compresa tra i 30 e i 60 anni, in particolare la categoria dei liberi professionisti. Infine, oltre all'imperizia e alla scarsa informazione da parte dei consumatori, si aggiunge spesso la negligenza di uffici e banche, poco attenti alla distruzione dei documenti personali dei propri clienti. «Immagini quanti modelli bancari vengono gettati in banca - lamenta Giordano - ci sono molti istituti che non si preoccupano di distruggerli e questo è un problema». Insomma, da oggi in poi occhio a cosa buttate nella spazzatura.