Le ultime vittorie contro le cellule impazzite

Vittorio Macioce

La civiltà occidentale forse una battaglia l’ha vinta: il malato non è più un essere umano dimezzato, un marginale, una persona da abbandonare, ghettizzare, un volto che fa paura perché ricorda ai sani, ai normali, che la vita è qualcosa di fragile, incerto, senza riparo. Il malato non è più il simbolo di quel terrore atavico che ci portiamo dentro. È da qui che bisogna partire per accompagnare Luigi Cucchi nel suo viaggio nella medicina. Cucchi si muove in luoghi di frontiera, ai confini della scienza, nelle viscere della vita e lì dove il medico incontra l’uomo. Il suo ultimo libro, venduto in allegato con questo giornale, ha un titolo che è quasi una speranza, Vincere la malattia, e parla di qualcosa che per molti è ancora un tabù, una malattia da non nominare, una disgrazia di cui si parla sottovoce, con lo sguardo basso e un leggero movimento di spalle, come a dire: non c’è nulla da fare. È la malattia che nei pettegolezzi delle donne di paese veniva definita come un «brutto male», il più brutto, quello che quando cerchi di curarlo ti cadono i capelli, quello della chemio dolorosa come una tortura, quello per cui si contano gli anni che ti restano da vivere, quasi fosse una scommessa da strappare al destino. Quella malattia che fa impazzire le cellule ha un nome: cancro. E un cognome: tumore. Un nome che fa ancora paura ma che ora si ha il coraggio di guardare negli occhi. La prima cosa che Cucchi ci tiene a mettere in rilievo è che il cancro si può sconfiggere. «Il male incurabile - scrive Mario Cervi nella prefazione - è diventato in molti casi, e per molte sue manifestazioni, curabile, consentendo a tanti malati la piena guarigione o, almeno, una sopravvivenza dignitosa per anni. L’alieno con cui polemizzava Oriana Fallaci, quello che solo alla fine ha vinto, può essere comunque domato».
Non c’è contro i tumori il farmaco miracoloso, la grande scoperta scientifica che da sempre tutti aspettano resta un miraggio, ma la ricerca ha comunque fatto importanti passi in avanti. «La chemioterapia - scrive Cucchi - costituisce ancora il caposaldo nel trattamento dei tumori e continuerà a esserlo ancora per molto tempo, insieme alla chirurgia e alla radioterapia, proprio per la sua capacità di colpire le cellule tumorali ovunque si trovino. Nell’ultimo decennio la sopravvivenza media, a cinque anni dalla diagnosi di un tumore, è aumentata in Italia del 6 per cento. E questo grazie alla prevenzione, alla diagnosi precoce, alla terapia e, soprattutto, ai farmaci». Cucchi racconta di una classe di farmaci in particolare, quella dei tassani, principi attivi identificati nella corteccia e negli aghi dell’albero del tasso. Sono utili per un’ampia gamma di tumori, compreso quelli al seno, all’ovaio, al polmone e alla prostata. Uno di questi farmaci è il Docetaxel e sta dando risultati interessanti. La sua produzione comporta un processo lungo e complesso, ma le proprietà terapeutiche dell’albero del tasso sono conosciute sin dall’antichità e circondate da un alone di mistero e magia. I romani estraevano dagli aghi potenti veleni. I celti consideravano il tasso l’albero della vita e della morte. L’azione antitumorale del tasso europeo è nota da tempo e i primi studi scientifici risalgono al 1856, anno in cui viene isolata una miscela di alcaloidi denominata tassina. Il problema di tutti i farmaci antitumorali sono i costi. Il 33 per cento della spesa ospedaliera in Italia è assorbita da questo tipo di medicine. Il costo annuo di un trattamento per ogni singolo paziente sfiora i 50mila euro. Nello Martini, direttore italiano dell’Agenzia italiana del farmaco, ricorda che i punti critici per l’impiego di nuovi farmaci anti-tumorali sono tre: il costo assai elevato, la difficoltà nel prevedere il modo in cui i vari pazienti rispondono ai nuovi trattamenti, il rischio che per avere un beneficio in una frazione limitata di pazienti, di solito il 10-15 per cento, si finisca per impiegare inutilmente tali farmaci su tutti». È qui la sfida. Il primo passo è strappare il cancro al silenzio. Il male che non si può nominare ha un nome, parlarne è un modo per batterlo.