Gli ultimi ebrei di Leopoli testimoni silenziosi di centomila fantasmi

Lviv è una città a dieci ore da Kiev ora un bastione del nazionalismo. Fino al 1941 era un'enclave israelitica

da Lviv (Ucraina)

Lviv è una città piena di vuoti. Sulle prime sembrano giardinetti, spazi verdi sottratti al denso tessuto urbano della città ottocentesca. Se rifletti un attimo ti rendi conto che no, non possono essere giardini: all'epoca o facevano immensi parchi oppure costruivano palazzi. Giardinetti per far scorrazzare i bambini proprio no. Doveva esserci qualcos'altro. «Vede lì, dove ci sono i tavolini e gli ombrelloni? Ecco, lì c'era la grande sinagoga, la Golden Rose, costruita in stile rinascimentale da un italiano. E lì, dove c'è quel buco con le erbacce? Lì c'era un'altra sinagoga, piccola, del XIII secolo. Mentre sotto gli alberi, accanto allo steccato, c'era la scala con cui si accedeva alla scuola della Torah».

Serve un poco di immaginazione per ricostruire la topografia della Lviv ebraica. «Serve immaginazione, è vero. Però se pensa che qui, nel centro storico, dove ora c'è un buco c'era qualcosa di ebraico è più semplice», spiega Olga Kushnir, guida turistica. Onesta, mette le mani avanti: «In questa mattinata non vedrete molti». Il tour si chiama «La storia invisibile degli ebrei»: «Invisibile perché non ci sono segni e non ci sono gli ebrei: non è rimasto nulla, solo storie del passato e queste fotografie». Quel passato quando Lviv, o Leopoli come si è sempre detto in italiano, era capitale della Galizia, la regione più grande e settentrionale dell'Impero austro-ungarico. Ottocentomila abitanti, oggi si trova in Ucraina, a dieci ore di treno da Kiev, ed è considerata un bastione del nazionalismo. Eppure, fino alla Seconda guerra mondiale, la Galizia era a maggioranza polacca, da secoli abitata da popolazioni di religione ebraica che si affollavano nei villaggi di campagna, gli shtetls , dove prosperava l'ortodossia. Nella cosmopolita Lviv gli ebrei erano più laici, partecipavano alla vita politica e sociale e si dedicavano al commercio e alle professioni liberali. «Nel 1941, quando arrivarono i nazisti trovarono una grande comunità ebraica. Questa non era una città ucraina: su 250mila abitanti, 125mila erano polacchi, 115mila ebrei e gli altri, i più poveri, ucraini, ma c'erano anche greci e armeni», spiega Ihor Lylo, docente di storia all'Università di Lviv.

Nel centro città, di ebraico è rimasta solo la sede di una comunità ortodossa, un pannello che illustra un progetto di costruzione per un memoriale finanziato dalla cooperazione tedesca e un ristorante, “At the golden rose”. «Non andate, è per turisti. Non c'entra nulla con la tradizione yiddish di Lviv città e il cibo non è buono», dice Meylakh Sheykhet, leader della piccola comunità ortodossa che si ritrova in un palazzo mal in arnese al 7 di Federova ulica. Seduto al tavolo della stanza che funge anche da spazio per le preghiere, sembra uscito da un quadro di Chagall. La barba bianca, quasi a punta, lo zucchetto poggiato sul capo, il pesante tabarro nero da cui ogni tanto estrae dei foglietti; le mani grandi con cui gesticola mentre racconta di quel che resta della comunità. «Siamo pochi oramai, un migliaio più o meno: anziani, vecchi, stanchi, gente che non ha potuto o non se ne è voluta andare», racconta in un ottimo inglese. «La metà della popolazione era ebrea, adesso tutto è finito. Se vuoi davvero conoscere gli ebrei di Lviv, se vuoi assaggiare il loro cibo, devi andare a New York. Lì rivive la nostra comunità», spiega Sheykhet.

Durante il periodo nazista, 420mila ebrei vennero uccisi tra il centro e le campagne, nei campi di concentramento di Yanivsky. Centomila erano ebrei polacchi in fuga, altri centomila bambini. I sopravvissuti furono pochissimi. «La maggioranza della comunità non è originaria di qui, viene dalla Russia. È arrivata dopo la guerra, quando la città è stata svuotata dagli abitanti polacchi spostati a Breslavia ed è stata ripopolata dagli ucraini e da questi ebrei sovietici», spiega Ihor. Durante il regime sovietico c'era una comunità di 30mila ebrei, ma ben presto l'insegnamento dell'ebraico fu proibito e le due sinagoghe (su 50) sopravvissute, trasformate in un magazzino e una palestra. «Caduto il comunismo tutti se ne sono andati», racconta Olga. «Israele, Stati Uniti, sono partiti tutti», rammenta Sheykhet. Qualcuno torna? «E perché dovrebbe? La vita è dura in Ucraina, che tu sia ebreo o no è difficile vivere decentemente. È una città dove è un problema investire, è corrotta. Noi avremmo anche i soldi per restaurare la sinagoga distrutta nel 1942, ma è difficile avere i permessi», racconta sconsolato. Sheykhet ha sempre vissuto a Lviv, negli anni sovietici era attivo nei movimenti sotterranei, ora fa tutto alla luce del sole, ma sembra lo stesso un carbonaro. E anche gli ebrei di Lviv sembrano considerarlo un po' un cospiratore.

«Chi le ha detto che siamo un migliaio, Meylakh? Siamo molti, molti di più: sei, settemila. Quello è un vecchio testone, conta solo i suoi», dice Ada Dianova, energica signora dall'ariosa e cotonata capigliatura sovietica e un passato da attrice di teatro. Dianova è a capo di Hesed Arieh, associazione che riceve fondi dagli Stati Uniti per mandare avanti un centro culturale ebraico. All'interno i bambini dell'annesso asilo giocano in cortile, nelle stanze c'è un viavai di gente. «Forniamo assistenza alla comunità: insegniamo l'ebraico ai giovani, diamo un aiuto economico agli anziani. Ma siamo anche un luogo dove incontrarsi e socializzare nello spirito dell'ebraismo», spiega. Dentro la sede c'è un piccolo museo: una stanzetta senza finestre dove sono raccolte immagini e oggetti della vita ebraica cittadina. Vita che oggi si concentra qui e intorno alla sinagoga Tsori Gilod, l'unica attiva. Riaperta nel 2003 è gestita da Mordechai Shlomo Bald, rabbino capo di Lviv, nato a Brooklyn da una famiglia originaria della Galizia. «Mi sono trasferito a Leopoli nel 1993, quando c'erano persone che a 50 anni avevano dimenticato di essere ebree perché non erano autorizzate a pregare il nostro Dio. Parlo yiddish perché a casa mi hanno cresciuto parlando yiddish, ma qui, dove quella lingua è nata, non c'è più nessuno che lo sa. Giusto qualche vecchio che si ricorda qualche parola quando sta per morire». In questi anni ha cercato di tenere le fila di una comunità in disfacimento, ma se gli chiedi qualcosa di concreto, fatti, numeri, storie dice di cercare tutto su Google che di certo ne sa più di lui. «Ti dico solo una cosa: sai che hanno imparato gli ebrei dalla storia? Hanno imparato a voler essere lasciati in pace. A noi le cose buone di norma non ci accadono, quelle cattive sì».

E di cose cattive agli ebrei di Lviv ne sono capitate tante. Qui ben più che nella vicina Cracovia, che pur ha condiviso la stessa sorte, sembra essere stato bandito anche il ricordo. «La memoria è importante come la vita, ma nessuno se ne cura», filosofeggia Meylakh Sheykhet. Basta continuare la passeggiata con Olga per rendersi conto che monumenti ce ne sono ben pochi. «Nel quartiere Cracovia vivevano i poveri, quelli che cercavano di integrarsi più degli altri», spiega. Gli è servito ben poco: finirono uccisi come gli altri centomila. «Li portarono in questa zona, oltre la ferrovia, una specie di ghetto costruito nel 1942 da dove partivano per i campi di concentramento». Accanto al traffico di una grande via di scorrimento, a un passo dal ponte della ferrovia, si trova l'unico vero memoriale per gli ebrei di Lviv. È una statua di ferro costruita negli anni Ottanta: rappresenta una donna e ha un pugno chiuso in segno di resistenza e una mano aperta con cui chiede aiuto a Dio. Di qui passò anche Simon Wiesenthal, il cacciatore di criminali nazisti. A conclusione di ogni tour Olga racconta un aneddoto che lo riguarda. «Quasi in punto di morte i giornalisti gli chiesero: cosa hai fatto nella vita Simon? Nulla. Io sono quello che non ha dimenticato». Come chi viene a Lviv in cerca della memoria ebraica.

Per saperne di più

Libri

« Nelle fogne di Lviv » di Robert Marshall

« Gli scomparsi. La ricerca di sei, fra sei milioni » di Daniel Mendelsohn (Neri Pozza)

« Da Leopoli a Parma » di Klara Rosenfeld

« Kiev e Leopoli, il “testo” culturale » di Maria Grazia Bartolini e Giovanna Brogi Bercoff (Firenze University Press)

«Storia del pregiudizio contro gli ebrei » di Riccardo Calimani (Mondadori)

Film

« In darkness » di Agnieszka Holland (2011)

«Ogni cosa è illuminata» di Liev Schreiber (2005)

Internet

http://turistipercaso.it/a/magazine/diario/leopoli/

http://www.easyviaggio.com/ucraina/lviv

Commenti

unz

Gio, 10/09/2015 - 17:09

le due guerre mondiali hanno distrutto per sempre la cultura europea trasformandola in un format uguale ovunque. leggete Stefan Zweig: Il mondo di ieri.