«Va bene vendere, ma c’è chi compra?»

Caro dottor Lussana, devo dire che noi genoani siamo diventati un caso nazionale sia per questa specie di gioco dell’oca dove siamo finiti, sia per la risposta fiera e orgogliosa degli abbonati. Grazie a questa manifestazione di solidarietà abbiamo evitato di diventare completamente oggetto di scherno. Viviamo una situazione che sembra non avere fine. Abbiamo tanta voglia di calcio giocato, di organizzare coreografie di continuare con le attività sociali e culturali nelle scuole e allo stadio. Abbiamo tanta voglia di riportare il marchio Genoa Cricket and Football Club al rispetto che gli compete. In tutto questo ragionamento la serie A è sicuramente una meta ma non è la ragione del nostro tifare. Quello che è successo può essere stato un modo per innescare un processo di moralizzazione del calcio. Processo che può solo partire dalle tifoserie italiane. Certo anche le tifoserie devono fare un salto in avanti emarginando le frange violente e facendo sentire forte e chiaro il loro disgusto per un sistema che ci vuole trasformare in tanti anonimi spettatori. Questo senza capire che se si toglie la passione con le sue voci e i suoi colori il sistema fa crack a livello economico e sociale. Riguardo al Genoa molti ci vedono come pretoriani di Enrico Preziosi e ci invitano ad aprire gli occhi. Gli occhi sono aperti e spalancati. Gli occhi hanno visto quello che è accaduto e si sono fatti le loro opinioni. Ma al di là di questo e di tutta la letteratura filo o anti complotti, esiste una alternativa seria e valutabile? Esistono delle forze imprenditoriali pronte a investire nel Genoa? La risposta a queste domande è fondamentale perché vedete la cosa che interessa è sì vincere ma soprattutto esistere e quando dico esistere intendo come Genoa Cricket and Football Club e non come Genova 2005.